Il cancro dell’abitudine

Bisogna imparare – anzi, reimparare – a guardare il mondo con gli occhi di un bambino. Un po’ come i vari Matisse o Picasso. Ogni giorno passiamo davanti a così tanti miracoli della vita senza nemmeno accorgercene, soltanto a causa dell’abitudine. Viviamo di pregiudizi, utili ad orientarci senza dover mettere in atto una vigilanza esagerata, ma responsabili del fatto che diamo per scontate davvero troppe cose. L’eccessiva (e in questo caso si direbbe persino “innata”) attenzione per ciò che è utile al nostro modo di vivere, ci fa perdere di vista ciò che è vitale per esso, o meglio, per la vita. Molte cose che dovremmo considerare significative, infatti, passano pressoché inosservate ai nostri occhi, e così tante ragioni per gioire della vita svaniscono nella noia.

Pensiamo a fatti banali. Sì, perché è proprio di banalità che parliamo, e siamo soliti definirle «banali» proprio perché non siamo abituati a dare loro il giusto peso. Sembrerà ridicolo, ma proviamo a guardare le piccole e grandi cose della vita con occhi diversi, e ci accorgeremo che il mondo non è quello che sembrava: il miracolo della generosità, ad esempio. Stupirsi che una persona, anche sconosciuta talvolta, sia capace di fare del bene ad un’altra in modo del tutto disinteressato. Oppure il mistero del linguaggio, grazie al quale noi possiamo intenderci più o meno chiaramente su infiniti argomenti di discussione, e confrontarci in modo pacifico, sia pure deciso, con una grande molteplicità di controparti pari a noi. O ancora, ammiriamo la natura: un cielo stellato sotto cui passiamo ogni notte, senza mai soffermarci ad ammirarne l’immensità, e quando lo facciamo ci coglie una caduta abissale. Un amico o un’amica, che un giorno decide di palesarci senza alcuna ragione il proprio affetto, per ricordarci che è lì per noi, e tutto questo non dovremmo darlo per scontato.

Ci sono infinite ragioni per cui gioire ogni giorno, eppure, a causa dell’abitudine, tutto cambia. E allora la generosità diventa un atto dovuto, una pura formalità, il linguaggio è percepito come un automatismo e il cielo stellato sembra sempre rannuvolato, mentre l’amore che ci viene dato sembra ridursi ad un passivo, saltuario e freddo scambio d’affetto, dalla radice rinsecchita e dimenticata. Dobbiamo imparare a riscoprire il piacere di farci stupire da ogni singola cosa, senza per questo sentirci persi nel marasma quotidiano a causa della conflagrazione di molti di quelli che sono, in ultima analisi, i nostri pregiudizi. Dobbiamo fare in modo che ogni nostro giorno di vita sia come un’originale opera d’arte, che sappia coinvolgere le nostre emozioni appieno e senza mediocrità alcuna.

Vorrei trattare separatamente e in modo per quanto possibile approfondito alcuni dei principali fattori che ci impediscono di vivere la vita secondo l’ottica da me suggerita.

In primo luogo, vanno pronunciate altre due parole sui pregiudizi. Hannah Arendt parla dei pregiudizi come «ex-giudizi», giacché nascono da esperienze fondate del passato, per poi sedimentarsi e rimanere validi (e spesso utili) pur obliando in genere la propria origine. È chiaro che quando il giudizio di partenza è affrettato o viene poi smentito, il pregiudizio diventa altamente discutibile, ma non per questo meno forte. L’abitudine si fonda anche su meccanismi di questo genere. Siamo abituati a formulare giudizi sulle nostre esperienze, alcune delle quali diventano abituali e di conseguenza portano il nostro giudizio a diventare praticamente implicito nelle premesse. Si creano delle aspettative che il più delle volte si rivelano fondate, e gli effetti ci sorprendono solo quando esulano da tali aspettative. Perciò se lancio una pallina dalla finestra e vedo che cade sul pavimento non mi meraviglio né mi esalto, se cade in testa ad un uomo sono già più colpito dall’avvenimento (e non solo colpito, presumibilmente), ma se essa inizia a vorticare per aria e smarrirsi nell’atmosfera rimango stupefatto. Ecco, forse è improprio dire che ritenere che la pallina cadendo dalla finestra sia un pregiudizio, ma l’idea è che non bisogna mai dare per scontato che una cosa debba accadere solo perché di solito accade, specialmente quando poi ci si sposta dal piano fisico a quello umano. Perciò non direi di tradurre in pratica esistenziale l’ultima parte dell’esempio, per cui io dovrei sorprendermi o addirittura spaventarmi per tutto ciò che succede. Ma è auspicabile che si assuma il secondo atteggiamento come modello di vita, quello della pallina in testa all’uomo: non escludo a priori che possa accadere, ma non me lo aspetto e quando accade prendo atto che sarebbe potuto andare diversamente ma non l’ha fatto. Dunque, quando accade qualunque cosa, è bene prendere atto, con un certo movimento emotivo annesso, che quella cosa sarebbe potuta accadere in modo diverso, e che però è accaduta proprio così. Se vedo che un uomo mi raccoglie gli occhiali che mi sono appena caduti, non reputo opportuno gridare al miracolo o rifiutare di riprenderli perché mi sembra troppo generoso per essere onesto, né sembra appetibile strappargli gli occhiali dalla mano e magari aggiungere un ringraziamento pro forma senza poi pensarci più. Mi pare invece sensato riprendere gli occhiali e rendersi conto che l’uomo avrebbe potuto benissimo continuare a farsi gli affari suoi, ma non l’ha fatto e mi ha aiutato con un piccolo gesto, è entrato per un attimo nella mia vita, e io voglio ringraziarlo di cuore per aver scelto questa strada al bivio a cui si è trovato innanzi. Definisco dunque «pregiudizio» quell’atteggiamento per cui noi ci attendiamo in modo rigido e basato su esperienze passate contingenti una determinata reazione abituale ad una certa situazione esistenziale, senza tenere conto delle possibili varianti che non si sono date, e tendendo quindi a sottovalutarne il valore e non notarne l’effettiva complessità.

In secondo luogo, mi pare che non meno importante sia il fattore della formalità. Viviamo in una società in cui la tradizione e cose come la “buona educazione” o appunto la “forma” tendono a creare degli automatismi in cui noi spesso cadiamo senza neanche rendercene conto. Come abbiamo visto, il concetto di automatismo è importante in questo discorso, perché anche nel caso dei pregiudizi era questo il punto centrale che ci impediva di cogliere l’essenza nascosta degli eventi della nostra vita. Tutto ciò che crea degli automatismi – in genere per ragioni di comodità o peggio, per evitare che alcuni comportamenti giudicati sconvenienti (in modo più o meno arbitrario) vengano presi seriamente in considerazione nel momento dell’azione – diventa deleterio per un pieno apprezzamento della vita, perché ciò che è automatico toglie di mezzo la consapevolezza più piena dell’essere umano che vive quell’esperienza (ed è proprio questa in genere la funzione dell’automatismo, per le ragioni di cui sopra) e lo porta quindi a sottovalutare ciò che accade, a giudicarlo banale, se non a perderlo di vista o ignorarlo del tutto. Personalmente, credo che le formalità del mondo contemporaneo (specialmente quello borghese) siano tra le massime responsabili di un letargo collettivo dei cervelli e dei cuori di molte persone, nonché tra le maggiori fonti d’ipocrisia della storia dell’uomo. Il perché è presto detto con un discorso piuttosto nietzschiano: si pongono come assiomi dei valori, delle usanze, degli atteggiamenti che ora sembrano avere un’effettiva sensatezza, in quanto se non venissero osservati in certi ambienti si finirebbe per provocare il disgusto, il disprezzo e lo stupore dei presenti, ma che non hanno alcun fondamento al di là di questo (e se provocano quelle reazioni quando infranti, dovrebbero avere un fondamento esterno per non essere arbitrari e autoreferenziali, come invece sono). Vale a dire che si tratta di regole sedimentate nel comportamento umano, che però non hanno alcun tipo di origine superiore! Alla base della catena che collega la loro fondazione al nostro comportamento abituale ci sono ragioni umane, spesso arbitrarie e talvolta decisamente stupide. Eppure, si continua ad osservare tali regole, implicite o esplicite, per forma. Ma è chiaro che chi ha creato tali usanze non ha alcun diritto in più di me di fondare assiomi comportamentali, quindi io posso pormi a mia volta come produttore di valori e sovrascrivere l’usanza secondo il mio volere, così come egli ha fatto a suo tempo. Questioni come “gli uomini non possono indossare un cappello nei luoghi coperti” o “non si mangia dopo una cert’ora” non hanno più diritto di esistere dei loro opposti. Può quindi regnare un’anarchia dei valori. Questo che cosa comporterebbe? Che molti altri atteggiamenti verrebbero sbloccati da quell’assurda situazione in cui certi comportamenti sono codificati in un certo modo senza ragioni valide, e dunque si aprirebbero molti più legittimi bivi, e con essi si darebbe un peso maggiore a ciò che accade, perché non accade più secondo regole (arbitrariamente) prestabilite, ma perché frutto di una scelta, che è stata questa ma poteva essere altrimenti, e che pertanto va apprezzata.

In terzo luogo, ritengo che la noia sia un altro fattore determinante per il nostro discorso. Essa fa parte tuttavia di un circolo vizioso, perché oltre ad essere causa di un approccio poco consapevole e quindi abitudinario alla vita, è anche l’effetto di tale situazione, perché, se imparassimo a guardare il mondo con occhi fanciulleschi, stiamo pur certi che di noia ne avremmo molto poca, intorno a noi. E invece non è così, dunque la noia abbonda, ed è “risaputo” (Pascal, Schopenhauer…) che se c’è una cosa ancora peggiore dell’infelicità, questa è proprio la noia. Il grigiore del suo limbo è devastante ai fini dell’esistenza, e sembra essere anche peggio di quel nero colore della tragedia, che nella sua scurezza è però affascinante, sublime, muove l’animo nelle più varie direzioni, mentre la noia lo tiene inerte, freddo, morente. Questo stato d’animo ci porta ad aggravare la nostra dipendenza da pregiudizi, formalità e simili, rendendoci ancora più ciechi alle bellezze del mondo. Ci rende scialbi, ci contamina la visione col suo grigiore e ci toglie la voglia di agire attivamente nel mondo, di andare a dare il nostro contributo a qualche catena di eventi là fuori. Ci lascia solo la forza di trascinarci nell’abitudine, agire secondo schemi e cadere appunto in un circolo vizioso che ci porta sempre più in basso in quell’inferno di neutralità. Per liberarsi della noia sembra essere importante sbarazzarsi dei fattori già citati, con i quali intrattiene un reciproco rapporto parassitario, ma anche dimostrarsi persone attive. Trovare la forza, malgrado tutto, di vivere la propria vita, e di questo parleremo in altra sede. Non dobbiamo permetterci di lasciare la nostra esistenza in preda alla neutralità, ma colorarla con gioia e consapevolezza, dare al tutto un valore estetico che sappia sempre togliere di mezzo la noia e, qualora rimanesse presente, darle un valore che non sia propriamente neutro, ma che abbia in sé una propulsione differente, un significato più forte e non meramente basato sull’assenza.

In quarto ed ultimo luogo, citerei il problema dell’eccesso. Si tratta in un certo modo del contrario della noia, e si ha quando si produce un’assuefazione a quei condimenti della vita che possono essere pieni di significato, ma che nella loro continua reiterazione perdono il proprio spessore, diventano infine abitudine e smarriscono il loro colore. Eccedere in qualunque ambito porta a fare della nostra tela esistenziale un gran pasticcio, oppure un’opera piuttosto monotona e quindi di spessore limitato. È saggio governare la situazione tentando di centellinare in modo ragionato ciò che ci sembra essere importante per noi, in modo da mantenerne intatto il valore. Per quanto possa sembrare assurdo non sfruttare appieno qualcosa che ci piacerebbe facesse parte della nostra vita, non dobbiamo dimenticare che è importante avere cura di ciò tentando di non consumarlo, se ci teniamo davvero. Soltanto condendo la vita con quel minimo di dolore dovuto all’attesa tra un piacere e l’altro, possiamo sperare di poter godere appieno e a lungo di tali gioie, dando ad esse il giusto valore.

Come possiamo notare, in tutti questi fattori entra in scena l’abitudine, che come si diceva è un cancro per la vita, l’elemento comune verso il quale tutti i fattori negativi citati sembrano convergere. Possiamo quasi dire che questi siano solo declinazioni particolari dell’abitudine, che è la radice di ogni male in questo campo. La nostra incapacità di uscire dagli schemi, dai buchi che le ruote del nostro carro scavano, e che sembrano diventare rigide rotaie già al secondo o terzo giro, ci rende apatici, incapaci di agire. Ci muoviamo per inerzia per strade ben battute senza guardarci intorno, senza notare che quel sentiero impervio sembra nascondere qualche segreto e, se non altro, il brivido della scoperta, che la vita è sempre in grado di dare, a suo modo. E invece dobbiamo abbattere i dogmi e le abitudini, per riscoprire il potere che tutti abbiamo di fare del nostro libero arbitrio uno strumento per plasmare esistenze di cui possiamo vedere le radici nella nostra stessa responsabilità, consapevolezza e passione, motivata da un continuo stupore per ciò che la vita di pone davanti, da una riconoscenza sempre rinnovata per ciò che gli altri condividono con noi, da un certo compiacimento per aver saputo costruire una vita di cui siamo effettivi autori.

1 comment for “Il cancro dell’abitudine

  1. Lidiaborsani
    7 Maggio 2016 at 14:08

    Farci stupire da ogni singola cosa…. Ogni giornata acquisirebbe un altro sapore!!! Grazie

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