Siamo davvero padroni delle nostre decisioni?

G: Panificio, buongiorno. Sono Greg, come posso esserle utile?

X: Qui è l’ispettore investigativo Monroe. C’è per caso una ragazza lì da voi, sui venticinque anni, fisico snello, con un grosso passeggino rosso?

G: Solo un secondo per favore.

X: Grazie.

G: Sì, è qui.

X: Ok Greg, quella ragazza è una pericolosa rapitrice e il bambino che vedi non è suo. Dobbiamo distogliere la sua attenzione dal passeggino, e ho bisogno del tuo aiuto d’accordo?

G: Ok.

X: Hai un cellulare? Potresti darmi il tuo numero?

G: Certo, ecco il numero.

X: Perfetto, non attaccare. Ti sto chiamando anche sul tuo cellulare. Continua a parlare con me su quella linea, poi prendi il telefono del panificio e appoggialo vicino alla macchina del caffè. Quello che vorrei tu facessi ora è andare dalla ragazza e dirle che c’è una chiamata per lei sulla linea del negozio. Pensi di farcela? Voglio che tu stia vicino al passeggino ok?

G: Ok, ce la posso fare.

*Greg avvisa la ragazza della telefonata sulla linea principale e si avvicina al passeggino*

X: Perfetto Greg! Ora prendi il passeggino e esci immediatamente dal locale. Dobbiamo portare il bambino in un luogo sicuro.

*Greg esegue quanto chiesto dall’ufficiale di polizia, non visto dalla rapitrice*

X: Ok Greg, dirigiti verso la strada principale e continua a camminare.

*Greg esegue, seppur con una certa reticenza verbale, allontanandosi dal luogo di lavoro con il passeggino*

Quello che vi ho appena riportato è uno scambio di battute realmente avvenuto (qui il link al video in inglese) che dovrebbe farci tirare un sospiro di sollievo date le premesse di cui siamo venuti a conoscenza. Peccato che ci sia un problema: l’ispettore investigativo Monroe non si chiama Monroe. E, a conti fatti, non è nemmeno un ispettore. È un attore, così come lo è la ragazza sui 25. Greg è quindi al telefono con uno sconosciuto, con un bambino che non è suo, sottratto ad una presunta rapitrice sulla base di pochissime informazioni date da una autorità di fatto solo presunta. Eppure Greg continua a camminare, allontanandosi da quel negozio. Verrà fermato dalla troupe che sta riprendendo segretamente l’accaduto e gli verrà spiegato che quello che ha sottratto è una replica super realistica di un neonato, e che non ha fatto nulla di dannoso. Ma avrebbe potuto. Ed è proprio questo il punto centrale del nostro articolo: oggi, come avrete ormai capito, parliamo di social compliance, ovvero di conformità sociale, quel meccanismo psicologico caratteristico dell’uomo che ci spinge a fare o dire cose, influenzati esplicitamente o implicitamente da un gruppo, da una persona autorevole o fidata. La storia che vi ho raccontato è solo il preambolo di quanto andremo ad analizzare con questo articolo. Vi parlerò infatti di un esperimento molto più complesso ed estremo, di cui il filmato analizzato finora è solo un preambolo (proseguendo nella visione troverete le riprese di ciò che sto per riportare qui).

Premessa

Ciò che qui presentiamo è un sunto schematico dell’esperimento organizzato da Derren Brown, illusionista e ipnotista britannico, di cui avete conosciuto la premessa tramite le mie parole ad inizio articolo. Lo scopo di questa esperienza, che verrà qui divisa in sezioni e raccontata seguendo una sequenza temporale frazionata, è quello di capire se la conformità sociale può spingere un uomo che noi considereremmo “normale” a compiere un’azione del tutto inaspettata, come quella di spingere una persona dal tetto dell’ultimo piano di un palazzo, avendo la ferma convinzione che essa morirà.

Incamminiamoci allora insieme lungo questo racconto, che spero di non rendere in maniera noiosa per voi lettori.

PUSH. Whatever it takes 

L’evoluzione ci ha insegnato che la cosa migliore è essere parte della folla, uno tra i tanti, con queste parole Derren introduce il suo esperimento, informandoci dei preparativi che sono stati necessari: la storia che verrà raccontata all’ignaro “candidato” prevede un evento di gala, un’asta di beneficenza per il benessere di bambini meno fortunati, asta che vede tra i suoi partecipanti molte personalità di spicco londinesi e britanniche, in una location preparata ad hoc dalla troupe. Tutti, nel grande palazzo dove l’asta avrà luogo, sono attori, guidati da Derren tramite auricolari, e recitano ciascuno la propria parte per influenzare il soggetto prescelto. Persino lo slogan e il nome dell’evento, che campeggia illuminato sulla facciata dell’edificio, sono intenzionalmente scelti per condizionare il partecipante: PUSH. Whatever it takes, ovvero, Dai una mano (ma letteralmente spingi, dà una spinta), a qualsiasi costo.

La selezione

La domanda che sorge spontanea a questo punto è la seguente: come scegliere chi far partecipare a questa messa in scena? La risposta è altrettanto spontanea: indicendo una selezione pubblica.

Certo, non sarebbe stato furbo mettere a conoscenza i soggetti dell’obiettivo finale e per questo la selezione viene mascherata come un’audizione per partecipare al programma tv dell’illusionista, con tanto di moduli da firmare, facendo però nel frattempo dei test agli astanti per misurare la loro predisposizione ad essere “socialmente complici (degno di nota il famoso test per il quale i soggetti vengono fatti entrare in una stanza con delle sedie e, al suono di una campanella, gli attori già presenti in essa si alzano e, ad un nuovo ding, si risiedono. Se i protagonisti dell’esperimento sono predisposti a collaborare, o a lasciarsi influenzare, alla fine, rimossi gli attori, si avrà una stanza piena di persone che si alzano e si siedono al suono di una campanella senza che nessuno abbia dato loro istruzione esplicita di farlo).

Sono 4 i “finalisti” scelti, ai quali viene però comunicato, per non destare sospetti, di essere stati scartati dalla selezione perché non idonei.

Ricontattati due mesi dopo da uno degli attori, che impersona il direttore dell’evento, vengono invitati a partecipare all’evento, per stringere contatti con la high society londinese. L’esperienza che qui proponiamo è quella del candidato Chris Kingdom, ventinovenne co-direttore di una compagnia di stampaggio e design.

72 minutes to the push 

Il nostro attende l’evento con il suo socio Matt, anch’egli informato dell’esperimento, e si presenta ai primi personaggi attivamente coinvolti: a Tom, direttore della raccolta fondi tramite l’asta, nonché quello che potremo definire il maître dell’evento, e alla sua assistente, Alex. Giunti nelle cucine su sollecitazione di Tom stesso, Matt chiede “in prestito” il cellulare a Chris per poi dileguarsi. Il giovane designer allora viene coinvolto nel suo primo momento di conformità sociale: Tom lo invita ad aiutarlo nel mettere delle bandierine che identificano come vegetariani degli stuzzichini che in realtà contengono salsiccia. Non una grande trasgressione dopo tutto, considerato l’obiettivo dell’esperimento. Il consenso di Chris però è un piccolo passo, il primo di una lunga serie che, in un crescendo apparentemente senza scampo, lo influenzerà verso la decisione finale.

60 minutes to the push

Il protagonista della messa in scena acconsente, pur sapendo che quelli che sta identificando come snack vegetariani non lo sono affatto, e accompagna il direttore nella hall, con tanto di vassoi e finger food. Qui gli viene presentato uno degli ospiti più influenti della serata: Bernie, milionario benefattore, nonché maggior investitore per l’asta del progetto PUSH. Da notare che Chris non indossa giacca e cravatta, come invece fanno tutti gli altri. Non gli è infatti stata comunicata la necessità di un abito molto formale, con l’intenzione di farlo implicitamente sentire sminuito in un ambiente che ora lo mette sottilmente a disagio. Il designer viene mandato a prendere dello champagne per Bernie che subito, per accompagnare la bevanda, prende da uno dei vassoi proprio uno degli stuzzichini con la bandierina che recita vegetariani. Il silenzio di Chris, che assiste a questo momento, è un altro dei piccoli passi che lo lega ormai in maniera complice a Tom, da cui accetta inoltre l’ordine di prendere la borsa del milionario, che ora accompagneranno lungo le sale principali dell’edificio.

52 minutes to the push

Ci si sposta sul tetto dell’edificio, luogo dove il milionario incontra le facoltose persone che fanno conto delle sue generose donazioni per il progetto di beneficenza. Tra questi vi è Eugine, personaggio che “casualmente” condivide lo stesso cognome di Chris. Tenete a mente questo dettaglio e la connessione inconscia che crea tra i due, sarà importante sul finale. Un altro dettaglio da ricordare è la curiosa attitudine di Bernie di sporgersi dal parapetto dell’edificio, in un modo alquanto bizzarro di fumare una sigaretta. Attitudine che viene bollata come pericolosa e subito repressa da un preoccupato Eugine. Lasciati i VIPs sul tetto ad accogliere i nuovi arrivati Tom, il nostro e Bernie si spostano nella sala dell’asta con largo anticipo, per sistemare gli ultimi dettagli. Qui Chris ascolta il discorso che il milionario farà dal palco davanti a tutti i personaggi influenti. Ormai il designer è talmente influenzato che non solo ride alla pessima battuta di Bernie ma porta le sue borse e la sua giacca nell’ufficio adiacente alla sala dell’asta, preparato per far rifocillare il facoltoso ospite, in un atteggiamento ormai servile.

Da questo punto in poi le cose si fanno strane: Chris, nel piccolo ufficio insieme a Bernie, nota che il comportamento del compagno di stanza si fa sempre più ansioso e confusionario e, a completare il quadro, delle brochure contenenti i prezzi degli articoli da battere all’asta sono completamente sbagliate ormai a pochi minuti dall’inizio. I due escono dall’ufficio per parlarne con Tom, che, colpito dal comportamento di Bernie lo rassicura dicendogli che è stato il milionario stesso a fissare i prezzi con il banditore. Ma proprio nel bel mezzo del discorso Bernie si accascia al suolo, la mano stretta al petto, rantolando una sola parola: pastiglie. Tom subito assiste il milionario, ordinando a Chris di trovare quelle pillole, controllando borsa e giacca nell’ufficio.

Non appena Chris varca la soglia l’attore che interpreta il facoltoso avventore viene sostituito da una sua replica iperrealistica, realizzata da un premiato studio di effetti speciali. Al suo ritorno, borsa e giacca alla mano, il designer trova un disperato Tom accasciato su di un Bernie ormai senza vita.

49 minutes to the push

Ormai preso dal panico e completamente agli ordini di Tom, che prende in mano la situazione, il giovane ventinovenne aiuta a trasportare il corpo esanime all’interno dell’ufficio, senza opporre resistenza. Le persone si accingono ad entrare nella sala, la pressione è elevatissima. Tom, ricordando al giovane la assoluta necessità di raccogliete fondi per i bambini, lo convince a spostare il corpo all’interno di una cesta che contiene regali, presente nell’ufficio, e a rimandare il “fortuito ritrovamento” del cadavere ad un momento successivo all’asta. Un agitato e reticente Chris acconsente ad aiutare.

Gli eventi precipitano: Alex, l’assistente di Tom, entra nell’ufficio per consegnare le chiavi della macchina di Bernie, parcheggiata all’esterno, Nik, il banditore, si presenta ai due scambiando Chris per il defunto milionario. Questa incomprensione è un altro dei tasselli fondamentali. Le persone cominciano ad entrare nella sala e, alla presenza di Tom e Chris/Bernie si dà inizio all’asta. Ad aprire l’evento un filmato di celebrità, consapevoli della natura fasulla della raccolta fondi, che raccomandano di aiutare i bambini in difficoltà, alternando a più riprese il motto della campagna di beneficenza, che ora suona come un perentorio invito alle orecchie del ventinovenne: PUSH. Whatever it takes. A condire il tutto il banditore ringrazia personalmente Bernie (il nostro) di fronte a tutti i partecipanti. Un imbarazzato Chris si alza di fronte a tutta la sala, invitato a tenere un piccolo discorso. Esitante e agitato il designer sale sul palco e replica quanto ascoltato in precedenza dal milionario, rendendosi a tutti gli effetti complice di quanto successo, e identificandosi davanti a tutti come l’uomo defunto nell’ufficio a fianco. L’asta prosegue ma uno dei lotti annunciati da Nik è una preoccupante mistery box in tutto e per tutto uguale a quella in cui Bernie è stato deposto, e pericolosamente proveniente dall’ufficio di cui sopra.

32 minutes to the push

A Chris, spinto da Tom, non resta che puntare, partecipando attivamente alla competizione, fino ad aggiudicarsi la cassa che i curiosi astanti vogliono ora vedere aperta. “Bernie”, preso dal panico, rifiuta per la prima volta di eseguire un ordine impartitogli, scoprendo poi che il contenuto di questa cassa non è quello pensato: essa è infatti la gemella di quella in cui il facoltoso personaggio è contenuto, che è rimasta nell’ufficio dove Tom e il ventinovenne subito si precipitano, ad asta in corso. Con il rischio di un’altra mistery box i due non si possono permettere di lasciare Bernie nella cassa, così, ricordandosi dell’auto del milionario parcheggiata all’esterno, Tom propone di portare lì il corpo, inducendo a pensare che egli abbia avuto un attacco di cuore in macchina, rassicurando di “scoprire l’accaduto” egli stesso alla fine dell’asta. Chris, convinto e ormai troppo coinvolto per tirarsi indietro, accetta la proposta di Tom aiutandolo a portare il corpo di Bernie nella hall, tramite una sedia a rotelle e degli occhiali scuri da far indossare al cadavere per dare l’idea che il defunto benefattore abbia alzato un po’ troppo il gomito. Nell’atrio il giovane attende impaziente che il direttore dell’evento trovi la macchina di cui sopra, importunato nel frattempo da due giovani ubriachi, anch’essi attori.

23 minutes to the push

Un arrabbiato Tom rientra nella struttura lamentando di non riuscire a trovare la macchina e, cacciando via gli ubriachi, mette a conoscenza Chris della loro ultima possibilità: portare Bernie sulla tromba delle scale e posizionarlo in modo tale da far credere che egli abbia avuto lì un attacco di cuore e che sia conseguentemente caduto. La caduta però, ricorda Tom, dovrebbe aver lasciato delle lesioni sul corpo. L’ordine successivo per Chris è proprio questo: tirare calci nello stomaco di Bernie, per far quadrare i conti e procurare delle contusioni al cadavere. Seppur preso dal panico e ormai coinvolto totalmente il designer riesce a dire di no, nonostante le rassicurazioni del direttore, rifiutandosi per la seconda volta di eseguire un comando dato da Tom. Al momento di tornare nella hall però i due incontrano i VIPs che li avevano accolti sul tetto, i quali, rimasti all’ultimo piano tutta la sera a fare accoglienza, non hanno visto Chris fingersi Bernie. Ad accompagnarli c’è la moglie del milionario.

Preoccupata dalla mancata risposta alle telefonate del marito si raccomanda a Tom di consegnare le pillole che il benefattore ha dimenticato. Sono per una sorta di malattia del sonno dice, quando ha i suoi attacchi sembra quasi che sia morto, ma ovviamente non lo è. La situazione si sgretola tra le mani di Chris e Tom, che, preso dallo sgomento, decide di ordinare al designer di raccontare tutto ciò che è successo ai personaggi influenti, dopo aver accuratamente atteso la dipartita della moglie dell’interessato.

Chris obbedisce, un’altra volta, e nel raccontare l’accaduto si include pericolosamente come parte attiva, usando la prima persona plurale come soggetto della narrazione. Al momento di recuperare Bernie per assisterlo però il gruppo fa una scoperta agghiacciante: il corpo che avevano lasciato sulle scale è sparito. E dall’ultimo piano, dal tetto, tuona la voce di Bernie, fuori di sé per il trattamento subito. A Chris e agli altri non resta che raggiungerlo in cima all’edificio.

3 minutes to the push

Arrivati all’ultimo piano il gruppo viene sommerso dalle parole del milionario, che, scosso e arrabbiato, promette di non farla passare liscia ai due e ai loro complici, facendo sapere che tutte le loro conversazioni sono salvate sul suo registratore tascabile, rimasto acceso per errore. E, cosa più importante, il milionario non intende più sborsare un centesimo per la causa. Infuriato Bernie si discosta dal gruppo per fumare una sigaretta.

La tensione è alle stelle, ciascuno degli elementi del gruppo ha ricevuto una notizia a dir poco spiacevole: Tom e Chris con molta probabilità finiranno in prigione, e ai facoltosi uomini che li accompagnano non andrà un soldo, il che probabilmente li porterà alla rovina. Tra la concitazione del momento e i dialoghi sconnessi una soluzione si fa strada piano piano: spingere giù dal palazzo quell’uomo che così buffamente si sta sporgendo dal parapetto. Ed è proprio Eugine, legato a Chris da quella strana “coincidenza”, a proporre la cosa, a proporre a Chris di spingere, di farlo, mentre sul maxischermo è riprodotto il video dei VIPs che ricordano di dare una spinta, a qualsiasi costo. Dopotutto con Bernie morto sarebbe andato tutto per il meglio, no? L’asta si sarebbe conclusa, i bambini avrebbero avuto i loro soldi e tutti, compresi Tom e Chris, avrebbero pianto il benefattore, morto in un tragico momento di imprudenza. Sarebbe bastato così poco, basta così poco. Una piccola spinta. Un ultimo compito da svolgere. Un ultimo ordine a cui obbedire. In fondo è per una buona causa. Per i bambini, per la beneficenza. La voce di Eugine è perentoria: o ti decidi a farlo o te ne vai.

E Chris, alla fine di quella che è stata una delle ore più inaspettate della sua vita, si decide. Decide però da se questa volta. E se ne va. Bernie, con la sua sigaretta in bocca, è salvo, sul parapetto. Derren entra in scena, la tensione si scioglie. È tutto un teatrino, ma avrebbe potuto non esserlo. E avrebbe potuto prendere una piega ben differente. Quella che ha preso, ad esempio, con gli altri tre ignari partecipanti, gli altri tre “finalisti”, ricordate? Laura, Martin e Hannah hanno dato quella spinta. E se ad attendere Simon, l’attore che ha interpretato il ruolo di Bernie, non ci fosse stato un team di esperti stuntman, non ci sarebbe stato alcun modo di frenare la caduta.

Push… back

Il fulcro di questo esperimento non riguarda chi ha dato quella spinta e chi non l’ha fatto. Con queste parole ci accoglie l’ipnotista dall’altra parte della telecamera, alla fine di questo viaggio. E con queste stesse parole io accolgo voi lettori. Nemmeno il fulcro di questo articolo è giudicare chi abbia dato quella spinta o chi no. Non ho affrontato studi psicologici nel mio percorso formativo, pertanto non cercherò di trattare la vicenda in un modo che non mi compete. Quello che vorrei provare a fare, con voi, è riflettere su quanto veramente ci dice questo esperimento. Proviamo per un attimo a pensare cosa avremmo fatto noi, in maniera sincera, al posto dei quattro ignari partecipanti. Mettere delle bandierine colorate su degli snack non sembra sul momento una cosa così pericolosa no? Come non lo sembra aiutare a portare qualche borsa o prendere dello champagne. Persino rimandare di qualche minuto il ritrovamento di un cadavere, per cui noi non possiamo fare più nulla, non sembra poi una cosa così deprecabile se ciò serve a procurare beneficio a dei bambini bisognosi, se milioni possono essere devoluti alla loro causa grazie ad una nostra buona azione. Qualcuno di noi avrebbe potuto comportarsi come Hannah, o come Martin, o chissà magari come Chris. Qualcuno di noi probabilmente non si sarebbe nemmeno alzato dalla sedia al suono del campanello durante le selezioni. Indipendentemente da ciò allora la parola chiave che personalmente metterei sul piatto non è tanto giudizio, colpa o merito quanto invece consapevolezza. Spero che il racconto di questo esperimento (o la visione di esso, qui) abbia aiutato a gettare uno sguardo critico sulla vita di ognuno di noi. Quante volte siamo vittima di conformità sociale? Quante volte facciamo o diciamo qualcosa solo perché è giusto che si faccia o si dica così, perché tutti lo fanno, perché siamo in un gruppo che agisce in una certa maniera o perché un’autorità, una persona influente nella nostra vita, i media o persino un’ideologia ci suggeriscono di comportarci in un determinato modo? A ciascuno la propria personale risposta. È proprio con una maggiore consapevolezza di quanto siamo influenzabili allora e di quanto le nostre decisioni siano facilmente manipolabili, in maniera più o meno voluta, che usciamo, me compreso, da questo piccolo viaggio virtuale che abbiamo condiviso insieme. Non tanto per puntare il dito contro decisioni differenti o punti di vista discordanti. Quanto invece analizzando noi stessi, le nostre scelte e le nostre decisioni, chiedendoci quanto davvero abbiamo, o abbiamo avuto, parte in esse. Che in fondo è come chiedersi quanto abbiamo avuto parte in una grossa fetta della nostra vita. Ritengo, in conclusione, che sia proprio quel passo di lato, tipico del modus filosofico, ad essere indispensabile nella nostra vita e in ogni azione che compiamo. Riacquistare consapevolezza di noi stessi e impegnarci per tenerla viva e attenta contro tutti gli stimoli che, più o meno consapevolmente, mirano a disegnare il tracciato per noi, a non permetterci di spingere… nella direzione opposta.

 

2 comments for “Siamo davvero padroni delle nostre decisioni?

  1. Lidiaborsani
    18 Luglio 2016 at 22:41

    Interessante l’argomento…. Un po troppo lungo l’articolo!!! Grazieeeee.

    • Stefano Nicoletti
      20 Luglio 2016 at 13:48

      Grazie a te per aver voluto leggere fino alla fine nonostante la lunghezza insolita. Il mio è stato un tentato compromesso tra godibilità nella lettura e trasmissione appassionante della storia, terrò a mente ad ogni modo il consiglio per cercare di migliorare in futuro. Buona giornata 🙂

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