Ubi Maior: il nostro rapporto con l’autorità

Potrebbe darsi che Eichmann e i suoi milioni di complici nell’Olocausto stessero solamente seguendo degli ordini? Potremmo noi chiamarli complici, tutti quanti?

È questa la domanda che spinge lo psicologo Stanley Milgram ad inserire sul giornale un’inserzione in cerca di soggetti per il test che passerà poi alla storia portando la firma del suo cognome: l’esperimento di Milgram appunto. Guidato dal desiderio di comprendere le atrocità perpetrate dal Nazismo, soprattutto dai suoi seguaci, e impressionato dalle confessioni di molti gerarchi nazisti al processo di Norimberga, i quali si difendevano facendo spesso ricorso all’obbedienza come giustificazione delle proprie azioni, lo psicologo decide di costruire un esperimento ad hoc per mettere alla prova l’influenza che l’autorità, e l’obbedire ad una persona autorevole, poteva aver avuto su delle persone tutto sommato comuni, spingendole persino a commettere delle atrocità.

È così che nel 1963, presso l’Università di Yale, vengono convocati coloro che hanno risposto al citato annuncio giornalistico (40 uomini tra i 20 e i 50 anni, con la promessa di un compenso pari a circa 4 dollari), formalmente per prendere parte ad una ricerca riguardante l’apprendimento e la memoria. L’esperimento prende le mosse da una estrazione a sorte falsata: ciascuno dei partecipanti, a turno, viene affiancato ad un altro soggetto (in realtà una persona segretamente in accordo con Milgram stesso) e a ciascuna delle due persone viene assegnato, “casualmente”, un ruolo. Uno dei due, de facto sempre il partecipante ignaro, ricoprirà il ruolo di insegnante (il teacher), l’altro, l’attore “complice” dello psicologo, avrà il ruolo di apprendista (o learner).

I due, separati da un vetro, danno inizio all’esperimento: l’insegnante stabilirà insieme all’apprendista una serie di coppie di nomi (ad esempio, cappello – cavallo) e durante l’esperimento riproporrà il primo termine della coppia (nel nostro esempio cappello) dando all’apprendista la possibilità di rispondere citando l’estremo corretto della coppia (cavallo) scegliendo tra quattro risposte (Cosa si associa a cappello? Scelga tra “nuvola”, “cavallo”, “sasso” e “casa”).

Se l’apprendista darà la risposta errata (cosa che avvenne poi in maniera deliberatamente marcata) l’insegnante è istruito in modo tale da punire il learner somministrando una scossa elettrica di voltaggio crescente (da 15 a 450 Volt). Nonostante il generatore utilizzato dal teacher riportasse a chiare lettere entro quale soglia le scosse sarebbero state tollerabili (la parola Pericolo compariva dai 300 Volt in su) e nonostante dal vetro separatorio giungessero le urla sofferenti (e recitate, all’insaputa del partecipante) del learner, che alle scosse più alte implorava pietà o addirittura non dava più segni di vita, un impressionante numero di (ordinari) partecipanti (ben il 65%!) ha continuato fino a somministrare la scossa (letale) da 450 V, mentre il 100% dei partecipanti ha continuato fino alla scossa da 300 V.

Come si spiega questo risultato inaspettato e allo stesso tempo scioccante (pun intended)?

Si spiega prendendo in considerazione una terza figura, presente nella stessa stanza dell’insegnante: lo sperimentatore (o experimenter).

1

esperimentomilgramTale soggetto, anch’esso un attore in accordo con Milgram, ricopre il ruolo di figura autorevole: è infatti (agli occhi del teacher) il medico in carico dell’esperimento, che annota i risultati del test man mano che esso avviene. L’autorità che questa figura emana (e che traspare anche dallo stesso camice bianco indossato dall’experimenter, nonché dal luogo prestigioso in cui si svolge il test, l’Università di Yale) è meccanismo cardine nell’influenzare gli ordinari cittadini nel commettere qualcosa che normalmente non avrebbero esitato ad aborrire. A rimarcare tutto ciò lo sperimentatore è istruito da Milgram per fare quattro affermazioni, di crescente pressione, nel caso in cui l’insegnante si rifiuti di proseguire:

  • Per favore continui.

  • L’esperimento richiede che Lei continui.

  • È assolutamente essenziale che Lei continui.

  • Non ha altra scelta se non continuare.

Tali affermazioni, unitamente all’aura di autorità che circonda lo sperimentatore (accompagnate a volte dalla garanzia che lo stesso experimenter si sarebbe assunto la responsabilità rispetto alle condizioni del learner), sono state sufficienti a produrre le percentuali illustrate poco sopra (per la variazione delle percentuali causata da “varianti sul tema”, incluse mancanza di camice, presenza di più teacher o cambio di luogo rimandiamo i lettori qui, a fondo articolo)1.

Questo esperimento, seppur apparentemente lontano da noi (storicamente e socialmente) ci permette di riflettere su di una questione di cardinale importanza: quanto ciò che facciamo, o abbiamo fatto, è o è stato guidato dal principio dell’autorità? Quanto la nostra mano è stata mossa da un pensiero altrui? Le nostre frasi dettate dall’influenza di personaggi celebri? O persino le nostre credenze (e perché no? Le nostre convinzioni politiche) indirizzate, senza un filtro critico, dalle idee altrui, di qualcuno che riteniamo una persona degnamente piena di autorità?

Forse, a pensarci bene, anche le risposte a queste domande possono far emergere percentuali sconcertanti.

Il pericolo di prendere per assodata una direttiva, una suggestione, o un’imposizione di qualcuno che riteniamo degno e autorevole, senza che ci soffermiamo a riflettere su quanto ci viene detto o “suggerito”, è pericolosamente dietro l’angolo, e forse (troppo) dentro le nostre vite.

Persino nei manuali di teorie dell’argomentazione, ovvero le teorie che regolano il corretto argomentare di una tesi, riscontriamo in proposito quello che viene chiamato argomento dell’Autorità, argomento largamente utilizzato, anche in ambiente scientifico, ma pericoloso se adoperato in maniera fallace, presupponendo cioè concetti in maniera erronea o citando autorità fuori dal contesto loro confacente: questo argomento è stato ampiamente criticato a causa dell’abuso che se ne è fatto (basti pensare alle vicende di Galilei) […] In realtà l’argomento dell’autorità è una strategia argomentativa fondamentale, utilizzata tutte le volte che, per convalidare un’affermazione, si fa riferimento a fonti, autori, testi e teorie ritenuti validi nel contesto culturale in cui si opera. La stessa pratica scientifica, infatti, in quanto impresa collettiva, accetta e convalida alcuni risultati in base all’autorevolezza di chi li ha prodotti. L’argomento d’autorità è pertanto utilizzato per dichiarare la propria collocazione teorica e condividere i risultati della ricerca senza ogni volta doverli riconsiderare e controllare “ex novo”. […] Tuttavia se con quest’argomento […] si utilizza la fonte autorevole fuori contesto si rischia di fraintendere il pensiero di un autore utilizzandolo a sproposito.2

L’invito che traspare da questa riflessione, e da ciò che Milgram stesso mette in campo, è quello di tenere sempre viva la nostra capacità di pensare “in proprio”, mettendo sempre in dubbio e questionando le idee, le imposizioni, gli ordini e le direttive di coloro che riteniamo degni di occupare una posizione di autorità, per analizzarli, decostruirli, ricomporli e poi rifutarli, accettarli con delle modifiche o persino riconfermarli più forti di prima: cardinale però resta il nostro contributo in questo processo, e la critica a cui sottoponiamo ciò che ci viene offerto, indipendentemente da quello che poi decideremo di farne.

E allora mi sento di concludere questo articolo con un consiglio, che poi in realtà si trasforma in un augurio: che la nostra capacità critica non si spenga in nessuna circostanza, che il nostro apporto attivo nei confronti di qualsiasi autorità (e qualsiasi suo pensiero o imposizione) non cessi mai di ardere, e che, vivo, mai si adegui al popolare detto: ubi maior minor cessat.

1: Fonte ispirazione della dissertazione introduttiva, della citazione in apertura, e delle modalità dell’esperimento di Milgram: McLeod, S. A. (2007). The Milgram Experiment. Retrieved from www.simplypsychology.org/milgram.html

2: Boniolo, G. – Vidali, P. (2011). Strumenti per ragionare. Logica e teoria dell’argomentazione. Cap. 8.8: Gli argomenti pragmatici, p. 151

Media correlati: riproposizione recente dell’esperimento di Milgram ad opera dell’illusionista e mentalista britannico Derren Brown → https://www.youtube.com/watch?v=Xxq4QtK3j0Y

2 comments for “Ubi Maior: il nostro rapporto con l’autorità

  1. Lidiaborsani
    8 Novembre 2016 at 21:02

    Ubi maior… quante volte mi capita di pensarlo… soprattutto nella pratica clinica quotidiana. Da oggi cercherò di non spegnere mai la capacità critica anche di fronte a chi io ritengo un ” maior” al mio confronto. Grazie.

    • Stefano Nicoletti
      9 Novembre 2016 at 22:22

      Confrontarsi criticamente con chi abbiamo davanti può essere motivo di crescita in ogni ambito e occasione, e a mio parere lo è sicuramente nel momento in cui il pensiero critico sostituisce la passiva accettazione irriflessa. Grazie del commento 🙂

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