L’utilità dell’inutile

La filosofia non serve a niente

E sembra essere un fatto di cui vantarsi! Già Talete cerca di dimostrarcelo, sottolineando la propria indigenza in quanto filosofo, e Aristotele lo ribadisce, affermando che proprio perché non serve a niente, essa non è serva di nessuno, ed è quindi la scienza più alta. E sicuramente sembrerebbe inutile secondo i canoni, che molto tempo dopo la venuta di simili autori si sarebbero fortificati a dismisura, di utilità intesa unicamente e pragmaticamente in termini di arricchimento, di possesso, di scalata alla gloria, eccetera. Ma a cosa può servire la filosofia nel concreto, al di là del fatto che possa godere di uno statuto epistemologico superiore come quello conferitole da Aristotele? O, ancora più arditamente che nel concreto, nel personale, nell’intimo, persino nel sentimentale? La filosofia è davvero quella fredda, astratta e inutile disciplina che l’opinione pubblica sembra voler concepire in questo modo? Obiettivo di questa riflessione è tentare di dimostrare, senza alcuna pretesa di rigore, che la filosofia nel mondo contemporaneo non è un errore, ma anzi, motivo di fondamentale accrescimento e, se vogliamo, utilità.

Filosofia, uova, storia, galline, storia della filosofia, galline dell’uovo, eccetera

Qui non parliamo però di filosofia riferendoci alla sua storia, ossia all’insieme delle dottrine elaborate dai vari autori nei sui quasi tre millenni di attività nel mondo occidentale. Intendiamo invece in genere quel metodo, quell’approccio o, ancora meglio, modo di vedere il mondo, che si basa sulla ragione, o forse ancora più sulla “semplice” volontà di gettare uno sguardo critico ed analitico (ed è puramente casuale che con questi precisi termini vada purtroppo a richiamare tendenze filosofiche specifiche e storicamente affermate) sul mondo che ci circonda, sulle sue cose e i suoi eventi. Se diciamo dunque che la filosofia giova alla società (o la devasta, chissà), intendiamo parlare non certo della conoscenza delle teorie di innumerevoli autori, che è collaterale e secondaria, ma l’approccio di cui sopra, che può essere proprio, sia pure in misure diverse, di ogni essere umano.

È poi vero che spesso chi si appassiona alla filosofia inizia a conoscerla mediante lo studio della sua storia. Ma non è così semplice, anche in questo caso, distinguere l’uovo e la gallina. Il più delle volte, infatti, chi apprezza le parole tramandateci da Platone o Pascal o Schopenhauer e via dicendo, prima ancora di essere un lettore è un pensatore, ha il seme della filosofia in sé, e se ama tanto gli autori della storia della filosofia è spesso perché in essi vede prendere forma concreta e sistematica dei pensieri che erano già presenti in lui in modo latente e forse parziale. La capacità dei grandi autori è proprio quella di esprimere in modo molto efficace (alcuni meno di altri, a dire il vero) dei concetti che sono in grado di toccarci, e in genere sono in grado di farlo per il solo fatto che sono già presenti in noi in qualche forma, ci riguardano insomma. Quindi per poter apprezzare appieno la storia della filosofia, e scoprire che c’è una passione in noi che per una certa cosa che abbiamo scoperto chiamarsi “filosofia”, bisogna già essere un po’ “filosofi”, e quindi avere una passione ancora più primordiale in sé: quella per la sapienza. È questa la vera filosofia, che è anteriore alla storia della filosofia.

Liberissime lezioni sentimentali di greco

E da qui possiamo dire qualcosa in più sul concetto di matrice passionale appena espresso. L’etimologia della parola «filosofia» è largamente risaputa, e forse la sua traduzione più vicina al nostro modo di intenderla è quella – che è poi la più classica in assoluto – di «amore per la sapienza». Soffermiamoci su entrambi i sostantivi presenti in questa frase cercando di definirne un po’ meglio contorni e sfumature.

  • Partiamo dalla sapienza.
    • Che cos’è? Potremmo pensare che si tratti della ricerca teorica, di tutto ciò di cui la filosofia si occupa, ma soprattutto della scienza prodotta da tale disciplina e magari dalle altre. Ma si tratta in fondo di un concetto ristretto… possiamo allora intenderla come l’insieme della cultura? Sarebbe dunque non solo la scienza, ma anche (e forse soprattutto) l’arte, intesa nel suo senso più ampio possibile, e tutto ciò che esula dal rigorismo scientifico, dalle sistematizzazioni, dalla razionalità. Ma forse è lecito rendere ancora più generico il concetto, allargandolo semplicemente a quel tipo di sapienza che è, più che sapienza già pronta, riflessione (e volendo però includere anche le due precedenti accezioni, in senso più specifico).
    • Come si esplica? Il filosofo è colui che ama riflettere sulle cose, guardarsi intorno e mettere in discussione tutto, non fermarsi alle apparenze (ed è questa la vera distinzione antica tra doxa aletheia), né alle cristallizzazioni socio-culturali: non dà nulla per scontato, cerca di vedere la realtà con gli occhi di un bambino per poi giudicarla con la mente di un libero artista creatore e agire coerentemente alle proprie conclusioni. Nulla di ciò che «si dice» ha necessariamente senso a priori, e il filosofo non per forza distrugge tutti i valori, ma di certo se li deve costruire da sé il più possibile, scartando e modificando ciò di insensato che trova nella società e nelle tradizioni. È come se il rapporto col mondo andasse ricostruito daccapo, come un bambino che non si accontenta di sapere che si mangia con la forchetta, ma vuole anche sapere per quale ragione lo si faccia, per poi magari ritenere che sia meglio mangiare col cucchiaio. Si tratta di una figura che, se vogliamo, oserei accostare timidamente ad un Übermensch nietzschiano, almeno per certi versi.
    • Perché alcuni individui ne sono attratti? In questo senso per alcune persone il primo approccio alla filosofia può verificarsi, in qualche misura, cronologicamente molto presto. Già all’età di sette o otto anni, per esempio, capita di addormentarsi pieni di ansia, riflettendo in modo molto spontaneo e ingenuo su alcuni temi-limite che ci angosciano da sempre: l’eternità, la morte, la coscienza, eccetera. Deve essere quello il thauma di cui parla Severino rileggendo Aristotele, l’angosciato terrore da cui nasce la filosofia, quello che altri preferiscono tradurre con meraviglia, ma che a detta del filosofo italiano non è sufficiente intendere in questo modo. Giunti all’età di dieci anni possiamo sentire che qualcosa è cambiato nella nostra vita, che non riusciamo più a considerarci completi, che qualcosa continuava a turbarci. La filosofia è anche un po’ un tormento, è vero. Questo è probabilmente sintomo della ragione che compare in una mente giovane, che tuttavia è, come tutte le menti, inserita in un mondo che di razionalità ne dimostra assai poca. Questo è il germoglio dell’amore per la sapienza, che come molti amori inizia da un atto perturbante, per poi non smettere di tornare a tali origini, di quando in quando.
  • E infine l’amore:
    • Che tipo di feticismo è mai questo? Ma cosa fa, tornando a noi, il filosofo, di questo tipo di sapienza? La ama. Non è che la apprezzi semplicemente, e nemmeno è abbastanza dire che ne è addirittura appassionato… LA AMA – dannazione! – in un modo che al solo tentare di razionalizzare questa dinamica si percepiscono delle fitte al cuore. La fiamma dell’amore arde, riscalda le membra e talvolta le ferisce con sublime dolore. Quando si ferma un attimo, quando il divertissement pascaliano tace ed è di nuovo consapevole di essere sospeso tra due infiniti, il filosofo si lascia risucchiare da essi, e prova una strana vertigine nel lasciarsi cadere in quei buchi neri, ammirando la grandiosità della volta celeste con un misto di piacere e dolore forse non casualmente simile al concetto del sublime d’astrazione romantica. Del resto, se è vero che la filosofia nasce dalla meraviglia o, come si diceva, dall’angosciato terrore, è chiaro che la matrice della filosofia è sentimentale almeno quanto questi effetti di cui parlo.
    • Che effetti provoca? Le viscere del filosofo si contorcono mentre la sua mente viaggia lontano, quasi come un artista che ascolta la sua musa suggerirgli come creare la sua opera. Poi riapre gli occhi, e il rosso di quella mensola non è più lo stesso rosso di prima. Forse il mondo non ha un segreto in meno, ma il filosofo ha un sentimento in più, e dunque un motivo in più per vivere.

 

Il momento interessante della televendita

Stabilito quali sono i momenti costitutivi della filosofia, cerchiamo di capire quali sono le ragioni per cui essa, dopo tremila anni, non ha smesso di esercitare il proprio fascino sugli esseri umani. Che cosa, in quanto passione e modo di essere nel mondo, è in grado di offrire a questi strani animali, che il cibo, il letto e altre ambite amenità non sappiano offrire?

  • Emozioni. Del resto sta tutto nel sentimento. Ci siamo chiesti tutti a cosa serva sul lungo periodo il ciclo dell’istruzione, ad esempio: professori che si formano per una vita e poi cercano di consegnare tutta la sapienza che possono ai loro studenti. E il più delle volte né gli insegnanti né i loro studenti (che solo in minima parte, peraltro, seguiranno le orme degli insegnanti fino alla fine) scriveranno mai un’opera che cambierà la vita a qualcuno, scopriranno una nuova formula fisica, inventeranno un elettrodomestico utilissimo. Ma forse la missione dell’insegnante non sia quella né di far progredire la scienza (intesa in senso lato), né quella di deporre le armi lui stesso e sperare che il suo successore faccia quello che lui non è riuscito a fare. Non sarebbe troppo pragmatico pensarla in questo modo? Forse allora un insegnante può ritenersi soddisfatto quando ha dato al proprio studente un motivo per vivere, una passione con cui spendere, in modo per quanto possibile per lui costruttivo a livello personale, il tempo concessogli, e la voglia di trasmettere la stessa cosa ad un altro “successore”. Quella stessa cosa si chiama passione, ed è ciò che ci tiene in vita (badare: in vita, e non in sopravvivenza o qualcosa di simile) giorno dopo giorno.
  • Senso. Qualcuno ha giustamente parlato della «filosofia come ricerca di senso». La filosofia (e non solo) è pura ricerca, che talvolta dà anche dei frutti concreti, ma il più delle volte è semplice ricerca fine a se stessa, che però fine a se stessa del tutto non è mai, giacché ha sempre quantomeno il fine di dare un senso alla nostra vita, che di per sé, siamo franchi, non ha nel modo più assoluto. Ma questo non è un problema, anzi: per dirla con Hannah Arendt, proprio il fatto che la vita non abbia senso è il fattore più importante della questione, perché ci permette di dargliene noi uno in totale libertà. È questo l’amore per la sapienza, e filosofo è in un certo modo colui che riesce a trovare un senso nell’amore che prova per essa, per quella ricerca di senso che tanto spesso magari divaga, ma che per il solo fatto di essere ricerca pascalianamente intesa merita non solo di esistere, ma di essere pienamente assaporata da ogni essere umano che voglia vivere nel più autentico dei modi. E se esiste qualcosa che anche solo ricordi da lontano quella nostra di felicità che sentiamo di dover perseguire nella vita fin dal momento in cui nasciamo, forse questa è proprio racchiusa in una vita autenticamente vissuta, nel cui mare nuotiamo e non galleggiamo (né affoghiamo), che sia ricca quanto più possibile di ciò che è passione.
  • Autocoscienza. Ed è qui che possiamo connettere l’importante tema dell’autocoscienza. Perché, se non bastasse quello che si è appena detto, un primo risvolto utile (se vogliamo usare questo termine con accezione odierna iper-positiva) della filosofia intesa in questo modo, è proprio la possibilità di conoscere se stessi. Amare riflettere significa senz’altro arrivare a porsi degli interrogativi importanti su se stessi. Imparare a conoscere se stessi è certamente indispensabile per cercare di conoscere il mondo. Conoscere i propri limiti, avere le idee abbastanza chiare sulle proprie tendenze, i propri ideali, le proprie credenze e i propri desideri. Si tratta di possedere le basi per costruire un’esistenza coerente e forse priva di certi errori evitabili di cui sarebbe altrimenti intrisa (e da cui sarà sempre e comunque in qualche misura contaminata, o arricchita). Semplicemente, conoscere se stessi equivale ad avere coscienza della propria identità, e contemporaneamente plasmarla; avere forse un occhio più attento ai propri difetti o errori ricorrenti, nella speranza di poterli correggere per quanto possibile. In poche parole, si tratta di essere persone consapevoli, in qualche misura anche responsabili. E la filosofia aiuta ad acquisire questo tipo di sguardo.
  • Responsabilità. La responsabilità è un elemento che trasmigra facilmente verso un altro settore in cui la filosofia dimostra la propria utilità: quello “pubblico”. Se poco fa si parlava di consapevolezza di sé in termini perlopiù etico-esistenziali, ora se ne parla in modo sostanzialmente socio-politico. Questo non è da intendere necessariamente come «la filosofia prepara alla vita politica», ma semplicemente, dal momento che è proprio vero che «tutto è politica», persino queste righe apparentemente innocenti, la filosofia ci fa rendere conto della portata politica delle nostre azioni e non-azioni, facendoci capire il nostro potenziale o effettivo ruolo nella società. Questo vale anche per le azioni degli altri: il mondo pullula di persone che cercano (e purtroppo riescono piuttosto bene) di far passare la politica per retorica o per oppressione. È compito di ogni cittadino interrogarsi sul significato più autentico della politica ed essere consapevole della situazione che lo circonda, per poi agire di conseguenza, o almeno poter costruire un atteggiamento fondato nei confronti della politica e di chi governa. E va sventata l’immagine della politica che questi individui contribuiscono a diffondere, immagine che fa disgustare il cittadino medio, portandolo a ritirarsi a vita privata, a dimenticare l’importanza del vivere comune, a detestare la politica e persino non votare, come se tutto questo gli fosse estraneo. Finché il popolo resterà incosciente di ciò che accade nel mondo, finché resterà passivo nel gioco politico e sarà plasmabile, i potenti (che dovrebbero servire, non abbindolare in vista dei propri interessi privati) non avranno problemi a far bere i peggio veleni alla popolazione, la quale trangugerà tutto senza opporre troppa resistenza, per poi dimenticare ogni cosa entro le successive votazioni. Se la filosofia, intesa come approccio esistenziale, fosse più compresa e diffusa, non potrebbero esistere né persone disinteressate al pubblico, né popoli così facilmente plasmabili, né tantomeno certi scherzi della natura che si impongono come partiti politici e riscuotono persino un grande consenso, pur proponendo dottrine politiche che definirle tali è un insulto – un vero insulto! – a tanti filosofi politici che il cervello l’hanno quantomeno acceso, prima di pontificare su cosa sia giusto fare e cosa no in ambito pubblico. Una persona che si senta un minimo filosofa, difficilmente potrà stare seduta sul divano di casa senza soffrire davanti alle palesi censure dell’informazione, o davanti al tentativo di devastazione intellettuale attuato da gran parte delle emittenti televisive (che sono oggi giorno il primo strumento politico soggiogante), senza sentirsi profondamente presa in giro dal sistema mediatico e “culturale” promosso dal mercato e dalla politica globali, e ribellarsi a questo in un modo o nell’altro, per amore della sapienza e della verità. In fondo, questa è anche libertà, un concetto che a ben pensarci emerge anche dai precedenti punti, di soppiatto.

 

E quindi, alla fin fine, che cos’è questa filosofia?

Più in generale, potremmo insomma dire che la filosofia è uno strumento di lettura del mondo, un mezzo indispensabile per attuare una demistificazione in senso lato, ossia per cercare di andare oltre le apparenze e le illusioni, e comprendere qualcosa di più sull’essenza di ciò che si vive. L’antico bivio tra doxa e aletheia, tra opinione e “verità”, è tutt’oggi valido. Si tratta di decidere se vivere in una forse più confortevole – ma senz’altro più ingannevole – illusione, oppure tentare di farsi strada tra la nebbia e sperare di giungere a qualcosa che sia forse più doloroso, più dionisiaco, dissonante… ma più autentico!

2 comments for “L’utilità dell’inutile

  1. Lidiaborsani
    29 Novembre 2016 at 21:22

    Bellissimo articolo!!! Ben articolato, ricco di spunti di riflessione e pieno della tua passione per la filosofia!!! Complimenti!

  2. 30 Novembre 2016 at 1:47

    Bell’articolo. Mi è molto piaciuto e condivido l’opinione che la ragione filosofica sia costitutivamente animata dalla passione. Non solo amore della sapienza ma sapienza amorosa. Per Maria Zambrano poesia e filosofia dovrebbero unirsi in un unico pensiero filosofico-poetico per porre riparo a un’indigenza d’amore.

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