Christopher McCandless come Mattia Pascal: una tentata fuga dalla società

Partiamo da una storia vera: nel 1990 Christopher McCandless, un giovane benestante del West Virginia, disgustato dalla società consumistica che lo circonda, devolve tutti i suoi averi in beneficenza, brucia i suoi ultimi spiccioli e i suoi documenti e parte per un viaggio di formazione e di purificazione in cerca del contatto con la vera essenza, lontano dall’agio del conformismo. Lo racconta la pellicola di Sean Penn “Into the wild- Nelle terre selvagge” (2007), basata sull’omonimo libro dell’alpinista statunitense Jon Krakauer. La visione del film mi ha inevitabilmente ricordato il corrispettivo letterario di Christopher: Mattia Pascal. Come leggiamo nel più famoso romanzo di Pirandello “Il fu Mattia Pascal” (1903), anche qui il protagonista si sente oppresso dai suoi oneri di marito e padre di famiglia, dai debiti, dal biasimo che la suocera poco velatamente gli riserva; insomma, la maschera che la società gli impone lo soffoca. Un caso fortuito vuole però che Mattia non solo racimoli una piccola fortuna giocando d’azzardo, ma sia identificato con il cadavere rinvenuto nella roggia di un mulino, e quindi da tutti creduto morto suicida. Qui origina il parallelismo tra i due: finalmente slegati da ogni imposizione sociale e giuridica, possono vivere senza regole e liberi dalla claustrofobica immobilità della loro precedente condizione. Per Mattia Pascal, ribattezzatosi “Adriano Meis”, ciò significa rifarsi una vita lontano da casa, improvvisandosi un ricco e misterioso viaggiatore, per Christopher McCandless, ora “Alexander Supertramp”, la via della libertà porta a un pellegrinaggio nelle terre selvagge, cacciando, raccogliendo, scrivendo un diario e fotografando la bellezza della Natura. Dalla loro svolta rivoluzionaria subito nasce un sentimento entusiastico di emancipazione, che, purtroppo, si tramuterà presto in un’amara presa di coscienza. Christopher, con il solo scopo di raggiungere l’apice della sua ascesi spirituale nelle splendide e desolate terre dell’Alaska, è cieco davanti ai momenti di serenità che gli offrono, durante il suo viaggio, gli inevitabili contatti che ha con membri (pur poco convenzionali) della società, dalla compagnia di una coppia hippie alla breve convivenza con un anziano signore che gli si affeziona tanto da volerlo adottare. La sua caparbia rinnegazione di ogni forma della società umana lo spinge  a raggiungere finalmente il proprio obiettivo: nel grande bianco del Nord, il contatto con l’inclemente forza della natura lo mette a dura prova e gli fa effettivamente raggiungere, solo in punto di morte, la verità che stava cercando. Ormai denutrito e stremato, con le sue ultime forze scrive nell’interlinea di uno dei suoi libri: “Happiness is only real when shared”: la felicità è autentica solo se condivisa. Christopher ha cercato di togliersi la maschera, di fuggire dalla società che lo stava avvelenando, ma lo aspettava la scoperta che l’individuo, lontano dalla società, non solo non è felice, ma non è nessuno. Parallelamente il novello Adriano Meis, una volta conosciuta in queste veci una giovane donna che ricambia il suo amore, realizza di non poterla sposare, perché privo di identità, e in questo limbo non può nemmeno denunciare il furto che ha subito, non può svolgere nessuna delle normali attività quotidiane. Persa ormai ogni speranza di poter ricominciare da capo, spaventato dalla perdita di un’identità, Mattia inscena il suicidio del suo alter ego Adriano, e torna al suo paese d’origine. Qui assiste a come la vita è proseguita dopo la sua presunta morte, sua moglie si è addirittura risposata e ha avuto una figlia. Per Mattia, spogliatosi della sua identità nel tentativo di fuggire dal suo ruolo sociale, non c’è ormai nemmeno più posto come Mattia. Non gli resta che lavorare come anonimo bibliotecario e portare occasionalmente una corona di fiori ai piedi della propria tomba.

La reale e tragica morte di Christopher, accanto a quella figurata e letteraria di Mattia, rappresentano un chiaro messaggio per chi, almeno una volta, si è sentito costretto nel posto che la società ha riservato per lui, per chi non ambisce a una vita economicamente stabile e socialmente apprezzabile, ma sogna una vita autentica, senza regole, senza convenzioni, senza stabilità, continuamente ricca di nuove esperienze e, soprattutto, completamente avulsa da una società che sempre più appare innaturale, artificiosa e malata. Ma davvero è possibile fuggire dalla società? E’ un tentativo ammirevole, per quanto estremo e coraggioso? Quanto detto finora sembra suggerire di no. E’ naturale, profondamente umano e bello che un individuo, in virtù di una certa profondità di pensiero, si senta stretto nel suo ruolo, percepisca che aldilà di ciò che la sua routine quotidiana gli riserva c’è qualcosa di rutilante, potente, meraviglioso e attraente che lo chiama, qualcosa di più importante e autentico di ciò che vive nel suo ruolo sociale. “Vita”, così potremmo chiamare questo continuo fluire al quale l’uomo sente di appartenere. Le si contrappone la “forma”, che incasella, stigmatizza e immobilizza la condizione umana. Essa costringe ogni forma di vita sotto una maschera, in modo tale che ciascuno appaia agli altri semplicemente come un nome, un lavoro svolto, una posizione sociale. Eppure questa maschera, che in senso negativo ci opprime, in senso positivo ci determina, ci delimita. Chi cerca di strapparsi la maschera, insieme all’immobilità della propria condizione perde la propria identità, si dissolve, diventa nessuno.

“Il sentimento più interno, più profondo ed autentico che l’uomo ha della sua vita e di se stesso, la favilla rapita al sole da Prometeo per farne dono agli uomini, mai troverà realtà fuori di sé. Fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete e tristi che siano, per cui noi siamo noi… non è possibile vivere”

Pirandello, L’umorismo (1908)

Così è: siamo costretti nella società in cui viviamo, fuori dalla quale non possiamo esistere, proprio perché noi siamo la società. Pertanto, se non ci riconosciamo in essa, è di gran lunga più saggio tentare di cambiarla da dentro, lavorarci da sotto, piuttosto che rinnegarla. Il senso, il fine, l’umanità e le possibilità della nostra vita risiedono nella società. Come trovare una via intermedia per evitare, da un lato, che la nostra vitalità sia spenta dalla maschera che portiamo, e dall’altro che, in una tentata fuga, la nostra identità si dissolva nel fluire della materia? Concedendoci di tanto in tanto una devianza dalla norma, sia essa una repentina sbirciata sotto la maschera altrui, quando qualcuno ce lo permette, oppure un breve abbandono alla bellezza delle piccole cose che ci mettono in contatto diretto con la vita, ma senza lasciarci travolgere. Non è poco, non è tutto, ma è quanto, in quanto uomini, ci è concesso.

image: Autoscatto di Chris McCandless

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