Nessuno è libero se non è padrone di sé

Nessuno è libero se non è padrone di sé

-Epitteto-

Frammenti, XXXV

Trattandosi di un filosofo greco che ha conosciuto la vita dello schiavo ci si potrebbe aspettare che Epitteto possa dirci molto sulla differenza tra libertà e schiavitù, con lunghe elaborazioni sulla nascita libera e uguale di tutti gli uomini e sui diritti politici e civili. Non è così per questo frammento in cui si condensa tutto il suo pensiero sulla libertà. Se ci fermassimo ad osservare meglio la frase, noteremmo che mal si concilia con l’opinione generale che abbiamo oggi sulla libertà: “è fare ciò che più si desidera”, diremmo; i più saggi potrebbero addirittura aggiungere che “la nostra libertà finisce dove inizia quella di un altro”. Di fronte a queste opinioni sull’argomento allora viene da chiedersi cosa vuol dire o anche cosa c’entra “essere padrone di sé stesso”? Prima di addentrarci meglio nel pensiero di Epitteto e ritrovare la sua teoria anche nel pensiero contemporaneo è opportuno inserire una netta distinzione, che può darci già un’idea dell’errore che abbiamo commesso usando le nostre categorie moderne per giudicare il pensiero di uno scrittore del I secolo. Quando oggi si parla di “libertà” molti la intendono subito nel suo senso politico, pensandola al plurale come sinonimo di “diritti”. Questo rende però il concetto fumoso e la libertà finisce per essere spezzettata in tante interpretazioni diverse, confuse e spesso contraddittorie (basti pensare al problema degli obiettori di coscienza contro la legge 194). Una definizione più generale, che esuli dall’ambito specifico della dimensione politica ma che rimanga comunque immediata, ci riconduce ad una idea di libertà legata alla volontà e intesa quasi esclusivamente come libertà di agire. Uno è libero quando può fare quello che vuole, è il non avere vincoli alle proprie azioni a rendere una persona libera. La libertà così intesa è dunque una sorta di meccanismo automatico legato alla realizzazione effettiva ed attuale del desiderio più forte in una determinata situazione.

Per Epitteto e qualsiasi altro autore della scuola stoica, la libertà è invece molto diversa: è unica e non si può declinare nella azione ma nella semplice volontà. Epitteto ci dice che la libertà è autodeterminazione della propria volontà: non si tratta della mera possibilità di realizzare un qualcosa che si desidera ma del controllo sui desideri stessi. Questa concezione della libertà come controllo e padronanza di sé è uno dei punti cardini della filosofia stoica ed è influenzata da una visione deterministica della natura che non lascia molto spazio per azioni libere. Secondo la scuola stoica infatti, non potendo intervenire in modo efficace sul mondo, all’uomo rimane solo la possibilità di agire su sé stesso, sulle proprie pulsioni e i propri pensieri. Bisogna dunque cercare di esercitare un controllo razionale e cosciente sulle proprie passioni e sugli istinti animaleschi, poiché sono queste a rendere un uomo schiavo non le catene o la mancata possibilità di agire. L’apatia, il controllo della passioni, è ciò che Epitteto intende con “essere padroni di sé stessi”. La libertà dunque non consiste nella possibilità di attuare ciò che uno pensa di fare e nemmeno nelle libertà politiche e sociali, nei diritti; libertà è scegliere razionalmente ciò che è meglio per sé, senza essere distratta dalla condizione politica, sociale o economica che l’individuo vive nel foro esterno.

Come si può conciliare allora questa dottrina stoica della libertà con le aspirazioni dell’uomo contemporaneo, che è attivo e sempre in movimento per realizzare sé stesso tramite le proprie azioni? Le due diverse concezioni della libertà sono in netto contrasto ma quella stoica, sebbene sembrasse essere stata dimenticata, ha ottenuto nuove formulazioni e dunque una positiva rivalutazione nei tempi recenti. Harry Gordon Frankfurt, professore di filosofia morale e autore di molteplici saggi riguardo la filosofia della mente e la libertà, ha pubblicato nel 1971 un articolo dal titolo Freedoom of the Will and the concept of a person, in cui riformula alcuni punti chiave della dottrina stoica della libertà. Inserendosi nel dibattito sul concetto di “persona” e quindi sulle caratteristiche specifiche degli esseri umani che servono a distinguerli dagli animali, Frankfurt sostiene che la specificità primaria sia la struttura della volontà di una persona. Gli uomini condividono con le altre specie animali l’avere desideri e motivazioni che li spingono all’azione ma sono gli unici a poter formare quelli che vengono chiamati “desideri del secondo ordine”. Esistono infatti “desideri del primo ordine” ossia il volere o non voler fare una cosa, che si formano in tutti i viventi animali, mentre sembrerebbe caratteristica peculiare degli esseri umani il possedere “desideri del secondo ordine”, ossia il voler avere o non avere determinati desideri del primo ordine, il voler volere. È importante specificare un aspetto della riflessione di Frankfurt: non si tratta solamente di voler avere un certo desiderio a rendere una persona tale, questo lo rende solamente uomo; ciò che rende uomo una persona è il volere che un certo desiderio di secondo ordine sia la propria volontà, ossia che diventi il punto cardine intorno ai quali gli altri desideri si regolano. In questo modo si introduce il termine wanton, che indica chi asseconda solo desideri del primo ordine e non è in grado di valutare le sue pulsioni sulla base della volontà, ossia di desideri del secondo ordine scelti come metro di giudizio a cui il resto va subordinato. Un wanton asseconda esclusivamente l’istinto più forte senza interessarsi alla propria volontà: si interessa solo della desiderabilità delle sue azioni e non dei suoi desideri stessi. Difficilmente, di fronte all’analisi di Frankfurt, potremmo dire che questi soggetti sono liberi sebbene essi agiscano senza vincoli posti dall’esterno; Epitteto li direbbe schiavi delle loro passioni. Un uomo è infatti libero solo quando la sua sua volontà, e non la sua azione, è libera e una volontà è libera quando in grado di scegliere autonomamente un desiderio di secondo ordine a cui subordinare ogni altro desiderio. Non si tratta quindi di fare ciò che si vuole ma di scegliere ciò si vuole voler fare. È evidente il recupero, in chiave moderna e in modo molto più approfondito, della tesi già stoica sintetizzata dalla frase di Epitteto con cui il nostro articolo era iniziato.

Un’ultima domanda da porci è la seguente: perché la tesi stoica della libertà, che ci appare molto limitata dato che reputa il nostro agire nel mondo quasi come un accidente, ha ritrovato una certa fortuna nel dibattito contemporaneo? La risposta si potrebbe ritrovare in uno dei caratteri dell’intero pensiero stoico che concorre alla riflessione sulla libertà e che è tornato prepotentemente al centro della visione contemporanea dell’universo: il determinismo. Epitteto e gli altri stoici limitano la libertà umana alla semplice libertà di volere poiché le nostre azioni non possono influire sullo scorrere dell’universo fisico, rigidamente determinato. Il determinismo matematico è diventato la regola fondamentale su cui la scienza moderna ha costruito la propria visione del mondo, fornendo così una nuova serie di argomenti contro l’esistenza del libero arbitrio. In un mondo rigidamente deterministico in cui, se assumiamo una visione non riduzionistica, solo la mente, la coscienza e la volontà sono estranei alle regole della fisica, dobbiamo necessariamente prendere in considerazione l’ipotesi secondo cui la libertà consista nella sola libertà di volere, nell’autodeterminazione della propria volontà, nell’essere padroni di sé stessi.

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