Vivere e sopravvivere

Appare evidente che un titolo come quello di quest’articolo non rappresenta una ridondanza. Vivere è in effetti qualcosa di ben diverso dal sopravvivere. L’essere in Vita è qualcosa di non riducibile al rimanere in vita. E il rimanere in vita non dà per scontato l’essere in vita, semmai quest’ultimo presuppone il primo. La differenza è altresì notevole, oserei dire, così come c’è un discreto abisso tra il nuotare e il galleggiare, e penso che su questo possiamo convenire tutti, così come sul fatto che se non si galleggia nemmeno si può nuotare, ma limitarsi a galleggiare non è la stessa cosa di nuotare. Tutto questo discorso apparentemente superfluo si radica nell’esigenza di contrastare un messaggio che pare implicito a molto materiale mediatico-“culturale” del nostro tempo, in cui si tende a svalorizzare il “superfluo” come se questo fosse puramente accessorio alla vita, dimenticando la distinzione tra Vita e sopravvivenza, che si basa quasi totalmente sul “superfluo”. Infatti, se è vero che esistono dei beni di prima necessità che permettono la sopravvivenza, è altrettanto vero che esistono dei beni (intesi in un’accezione più vasta, che non si limita ai soli oggetti) che permettono la Vita. Possiamo  quindi provare a distinguere i “beni” quattro categorie, che chiamiamo ipoteticamente: esistenziali, occupativi, culturali, presuppositivi.

I primi beni, forse i più importanti, sono quelli esistenziali. È difficile dare una definizione generale della categoria, dunque è meglio procedere per analisi. Intendiamo con questa categoria tutti i beni che si rivolgono direttamente alla soggettività, in modo da favorirne la felicità. Potremmo definirli in questo senso beni etici o, ancora meglio, eudemonici, ma meglio limitare la categoria all’insieme di atteggiamenti nei confronti della vita che permettono di viverla appieno, e senza richiedere alcun tipo di occupazione o oggetto esterno, se non altri soggetti pensanti e viventi. Ed è questa la principale differenza tra questa categoria e le altre. Dunque per Vivere è necessario poter avere una piena esperienza di cose come l’affetto di altri e per altri, la capacità di gettare un occhio critico sul reale, la forza di provare a cambiarlo o almeno di viverlo secondo i propri valori personali, la voglia di scoprire sempre qualcosa di nuovo, la volontà di Vivere nel più ricco dei modi possibili, con l’unico vero obiettivo di trarre dalla vita quanto di più autenticamente eudemonico possa essere richiesto. È questo forse il momento in cui emerge maggiormente la differenza tra nuotare e galleggiare. Per Vivere non è sufficiente lasciarsi trascinare dagli eventi e dalle necessità, ma con dionisiaca affermazione bisogna sapersi porre con decisione nell’occhio del ciclone ed essere attori attivi del teatro esistenziale. Una parola chiave potrebbe essere la passione, ma anche la consapevolezza, per esempio. Non c’è sconforto nemmeno nei momenti più tragici, per chi è capace di vivere in questo modo, ma solo una sconfinata volontà di vivere, qualunque cosa questo significhi, apprezzando anche quanto di tragico la vita ci dà, e sentendo in ogni occasione una spinta energetica uscire dal corpo affermativamente. C’è sempre una buona ragione per continuare a vivere, e un’esistenza senza una simile energia è sostanzialmente un guscio vuoto, una conchiglia sulla spiaggia.

I beni della seconda categoria sono quelli occupativi. Un simile sgradevole appellativo fa riferimento all’idea di occupazione, anche di azione, volendo, tant’è vero che potremmo anche definirli d’azione. In questo caso non si tratta di veri e propri atteggiamenti, ma di effettivi comportamenti rientranti in determinate attività che sono capaci di dare un senso all’esistenza. La vita di ognuno è una ricerca di senso, e chiunque deve essere libero di cercare il proprio in qualche attività. È un bene necessario alla Vita quello di poter indirizzare la propria esistenza ad una qualche attività, per assurda che possa sembrare. Chiunque imprechi contro la presunta stupidità di sport estremi o di inutili elucubrazioni, non ha inteso l’importanza che una qualunque attività può ricoprire per una soggettività che percepisca reale passione per essa. L’importante è proprio che tale passione sia presente, e indirizzata unicamente a tale attività, e a nessuna delle conseguenze collaterali (ad esempio, un musicista che si esibisce per guadagnare non è un amante della musica, ma un amante del denaro). Non c’è nulla che possa definirsi “inutile”, in questo senso, e chi spaccia l’esistenza della libertà di azione in questo senso come qualcosa di secondaria importanza, o «di cui non si vive», dovrebbe rivedere quantomeno la propria terminologia.

Lo stesso vale per i beni del terzo tipo, che sono quelli culturali. In questo caso la passione si rivolge ad oggetti, nello specifico ad oggetti culturali, dunque fondamentalmente opere d’arte o prodotti della conoscenza e simili. Abbiamo quindi spesso a che fare con i prodotti delle attività contemplate nella seconda tipologia di beni, ed è infatti importante che oltre ad essere creatori si possa essere anche fruitori, in modo da poter rendere la propria esistenza più ricca possibile grazie anche al lavoro degli altri. Se la seconda categoria è principalmente attiva, questa è più passava, in un’accezione non negativa del termine. È importante avere la possibilità di esperire della potenza dell’arte o dell’intrigo di uno studio, del piacere della sapienza e quindi, in una parola, di avere un contatto con la cultura in senso lato, per poter avere un’esistenza piena e godibile. Solo chi ha avuto contatto con le meraviglie della cultura può capire quanto essa possa dare, ed è proprio questo a cui mi riferisco. È solo attraverso questa via che si può avere una conoscenza del mondo (e quindi di se stessi) tale da poter agire con consapevolezza nella vita. Il concetto generale è quindi che è necessario sviluppare un’energia interiore che permetta una volontà di Vivere particolarmente sentita (atteggiamento), coltivare un’attività che possa dare senso alla propria esistenza (comportamento) e fruire di tutto un patrimonio capace di arricchire l’esistenza (oggetto).

Manca però la quarta categoria di beni, che ho definito presuppositivi. L’idea è quella di riferirsi a quel tipo di beni che permette di usufruire di tutti gli altri, che quindi si colloca su un piano diverso, ma che è a livello pratico altrettanto importante. Ad un livello generale possiamo dire che si tratta della libertà di usufruire di tutti gli altri beni, come si vuole e quanto è necessario, però questo può tradursi in vario modo nelle situazioni contingenti del mondo. In una società dove tutto si paga, ad esempio, sembrerebbe essere necessario il poter usufruire di una base di denaro sufficiente ad assicurarsi una vita sufficientemente tranquilla (livello della sopravvivenza) da permettere i beni affettivi, un minimo di tempo libero per poter coltivare quelli occupativi, e un surplus di proprietà sufficiente a procurarsi quelli culturali. Ma va da sé che in una società diversa, per esempio fondata sul Welfare più estremo, la questione si tradurrebbe in termini un po’ diversi, in quanto non si parlerebbe più tanto di denaro, quanto di servizi erogati dallo stato, della loro varietà e adeguatezza a tutte le possibili necessità. Di per sé questi beni non sono quindi necessari alla Vita, ma a seconda delle configurazioni sociali e ai rispettivi requisiti d’accesso ai beni delle altre categorie, si rendono in qualche misura imprescindibili. Li collochiamo quindi su un piano laterale, di minore importanza in sé e se possibile dal contenuto ancora meno definito e più mutevole delle altre categorie, ma comunque importante. Fondamentale in questo senso è quello di non scambiare mai questi beni per ciò che permettono di ottenere. Non bisogna confondere i mezzi con i fini, come denuncia Marx, anche se l’errore è piuttosto comune, dal momento che si associa ingenuamente la presupposizione direttamente all’effetto, senza passare per l’effettiva causa, che è fondante in questo discorso.

Ci sembra di poter intravedere uno spunto politico in tutto ciò. Se l’obiettivo (spesso dimenticato) della politica dovrebbe essere quello di rendere possibile una vita felice, appare chiaro che queste indicazioni riguardante la Vita, il Vivere autentico, possono fungere da coordinate di base per una linea politica che tenti di soddisfare le più intime necessità umane. In particolare, la politica può agire in modo forte sui beni presuppositivi, in quanto essi dipendono dall’assetto della società, il quale dipende a sua volta da scelte e dinamiche politico-sociali. Qualunque sia il mezzo richiesto, il contenuto dei beni presuppositivi, lo stato dovrebbe concentrarsi sul reperimento di tali beni per tutti, almeno in misura minima. Sembra essere questo il modo migliore di agire, in modo da lasciare quanto più possibile al singolo la libertà di agire in direzione degli altri beni. Fornire insomma la base perché ognuno possa autodeterminarsi nel modo più autentico. Se di tutti quei beni elencati “non si mangia”, dunque non si sopravvive, di sicuro si Vive, e lo stato dovrebbe occuparsi sia dell’assicurazione della sopravvivenza, sia di almeno un minimo di possibilità per la Vita.

Un appunto necessario riguarda i concetti di libertà e consapevolezza. Per Vivere, è importante che ognuno possa decidere lo svolgimento della propria esistenza in modo autonomo, libero e oltre-umano, ma ovviamente questo presuppone una certa consapevolezza. Il punto è che la consapevolezza e la libertà sono fortemente unite in un nesso inscindibile, poiché solamente l’esercizio di consapevolezza può dare luogo al più autentico uso della nostra libertà. Tendiamo a credere di essere meno liberi di quanto siamo realmente, ed eventualmente limitare la nostra libertà alla scelta tra un partito (es. “la maggioranza delle persone” o “la minoranza delle persone”, “quelli che vivono nel modo x” o “quelli che vivono nel modo y”), ma in realtà la nostra natura umana ci dà un incredibile potere decisionale e auto-affermativo, che ci permette di sfuggire all’omologazione, al conformismo e persino a quel tipo di anticonformismo costruito per opposizione al conformismo, e quindi non meno conformista di esso, al limite un poco più coraggioso e attivo.

In questo senso, molte cose che avvengono abitualmente sono condannabili più che per il proprio contenuto, per la grave limitazione che apportano alla libertà umana e alla sua forza di volontà e affermazione. Veniamo ad un esempio concreto: la mondanità “istituzionalizzata”, ossia lo svago tendenzialmente passivo e abitudinario, che nella nostra società viene appunto “istituzionalizzato” attraverso luoghi comuni che prescrivono quando “divertirsi” e come farlo. Il punto a sfavore di questo modo di agire è che finché qualcuno si ritrova in tali situazioni “mondane” e “istituzionalizzate” non sta facendo altro che adeguarsi ad una realtà data, che può essere più o meno adatta alla propria indole, ma che non è scaturita da essa e da un’affermazione di sé, bensì da un’accettazione dei fatti che può portare ad esperienze più o meno positive/negative. Se l’individuo x decide di unirsi ad una festa sabatina, la sua libertà si è esplicitata nell’aver preferito un’ipotesi 1 ad un’ipotesi 2 (sempre che la scelta sia sentita dall’individuo come effettivamente possibile). Se invece l’individuo y sente che una sera ha bisogno di svago, e magari vuole pure farlo a modo suo, ossia nel modo più vicino possibile alla propria indole e in occasione di un suo bisogno autenticamente sentito, lui sta usando la sua libertà creativa di essere umano per creare qualcosa che non sarebbe esistito, e per farlo a sua immagine e somiglianza nel modo più autentico possibile. L’individuo x inserisce la sua sagoma in un ritaglio di spazio già definito, in cui essa può armonizzarsi in modo più o meno efficace; l’individuo y prende la sua sagoma e la posiziona sul foglio, ne traccia il contorno e taglia. E anche se decide di non far coincidere totalmente lo spazio ritagliato con la sagoma preesistente, egli lo fa con consapevolezza e con la responsabilità di un individuo libero e creatore.

La consapevolezza, dunque, è presente nel momento in cui una persona decide di mettere autenticamente in atto la propria libertà, che appunto, per essere esplicata appieno ha bisogno di essere consapevole, e la consapevolezza stessa dal canto suo ha bisogno della libertà per essere pienamente concepibile. Quando l’equilibrio tra i due elementi si è finalmente creato, allora l’uomo smette di galleggiare e inizia a nuotare sul serio.

Possiamo dunque affermare con certezza che tra Vivere e sopravvivere c’è una notevole differenza, e se la Vita si chiama così – e non “sopravvivenza” – è ben lecito che ognuno di noi s’impegni affinché possa davvero renderla tale, senza doversi mai sentire fuori posto nel suo tentativo di fare ciò, persino in una società che scambia fini per mezzi e reputa sufficiente sopravvivere per ritenersi soddisfatti.

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