Lo scarto tra presente e passato

La letteratura filosofica, come quella scientifica, nel corso della sua storia ha cercato di venire a capo in svariati modi al problema della definizione del tempo. Ogni studente del liceo che si rispetti, e a maggior ragione ogni studente universitario di filosofia, ha dovuto fare i conti con la famosa formula aristotelica secondo cui Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi. Pur essendo un problema così studiato e, deduco ciò dall’induzione del senso comune, una tra le più quotate domande che ciascuno si è posto almeno una volta nella vita, non è certo tra le più semplici a cui trovare una soluzione. Per dirla con AgostinoSe nessuno mi chiede cos’è il tempo, lo so; se debbo spiegarlo a chi lo chiede, non lo so più. (Confessioni, XI, 14). Per quel che mi riguarda, questa domanda me la sono posta parecchie volte, senza essere giunto a una soluzione soddisfacente. Interrogandomi con un amico ho incontrato un altro quesito relativo al tempo che non mi ha aiutato a lambiccarmi meno il cervello:

Un po’ come nel rapporto tra il pelato e il non pelato, richiamandosi al noto paradosso, si può individuare lo scarto tra un momento presente e uno passato?

Con il fine di schiarire un po’ le idee riguardo all’idea del tempo, in particolare nelle sue teorizzazioni legate al quesito esposto poche righe fa, mi par utile fare un breve punto di alcune tra le idee più originali che hanno toccato l’argomento e che ho avuto modo di incontrare. A causa dello spazio ho riassunto i contributi che andrò a descrivere in un numero di tre. Questo, si badi bene, non significa che io ritenga meno efficaci le altre definizioni di tempo o meno importanti a livello storico. La mia scelta è dettata fondamentalmente dalla continuità delle riflessioni dei filosofi con il tema da me proposto.

  • I filosofi greci: anche se non si può fare di tutta l’erba un fascio, si può riconoscere nei filosofi greci un caratteristico legame con la necessità, probabilmente influenzato dalla religione greca. Già Anassimandro introdusse il concetto di necessità. Per Anassimandro la realtà è dominata da un ordine e il divenire, il trasformarsi della realtà, si svolge secondo leggi necessarie. En passant par giusto citare la concezione platonica richiamandomi al Timeo, in cui questo afferma che “il tempo è l’immagine mobile dell’eterno e fu fatto insieme con il cielo” (Platone, Timeo 17a-19a). Platone unisce la visione del tempo della ciclicità naturale con quella parmenidea sull’eternità dell’essere. Anche la già citata teoria aristotelica si richiama alla necessità definendo il tempo indicatore della durata di un movimento, facendo riferimento per misurarlo al movimento circolare uniforme e perfetto delle sfere e dei corpi celesti. Cosa centra il concetto di necessità con il momento di scarto tra presente e passato? In una concezione affine a quella dei filosofi sopracitati, con le dovute differenze tra l’uno e l’altro, si può in qualche modo individuare un appello a un tempo dominato dalla necessità. Questa necessità garantisce uno stacco, a mio avviso, netto tra ciò che è il momento presente e ciò che è un momento passato, specialmente nella concezione aristotelica in cui il tempo risulta misura del movimento, individuando un rapporto che potremmo quasi definire di causalità, che nella fattispecie di Aristotele assume un carattere finalistico, in grado di legare un momento all’altro, giustificato dalle leggi necessarie.
  • Le filosofie cristiane: come le definisce Etienne Gilson nel suo testo La filosofia del medioevo¹, in confronto alle filosofie greche “le filosofie influenzate dalla religione cristiana saranno filosofie della libertà”. Le concezioni dei filosofi cristiani riguardo al tempo come nel caso della filosofia greca sono molteplici e seguono orientamenti diversi, anche qui tutti accomunati da una concezione: quella della temporalità lineare. La temporalità che si può individuare nel messaggio biblico è rettilinea: il tempo ha avuto un inizio assoluto con la creazione divina e si svolge verso una fine altrettanto assoluta nel giudizio universale e nell’avvento del Regno di Dio. Il suo svolgimento è scandito da eventi unici e irripetibili. Tra i contributi più significativi a questa concezione vi è quello agostiniano. La temporalità che Agostino analizza rispecchia il carattere metafisico del creato in quanto altro e dipendente da Dio. Agostino critica le concezioni che riducono il tempo a movimento: il movimento si volge senz’altro nel tempo, ma il movimento non può misurare il tempo. L’anima permette di conservare il passato come ricordo, il futuro in quanto presenza dell’attesa e il presente come attenzione verso ciò che è reale. Il tempo per Agostino non è una realtà e il moto non può essere misurato, perché nel passare istante dopo istante, non è mai e non può perciò essere detto né breve né lungo, né uguale ad un altro. Tale concezione rende molto più problematico individuare una risposta al quesito da cui siamo partiti. Come potremmo individuare una cesura tra un momento presente e un momento passato se il tempo non solo non fosse la misura del movimento da un momento all’altro ma non fosse nemmeno una realtà?
  • I filosofi empiristi d’età moderna e Husserl: con le dovute differenze specifiche si può notare tra i filosofi d’orientamento empirista un tentativo di ricondurre l’edificio conoscitivo a impressioni prime. Queste risultano essere i mattoni delle esperienze. Tutto si riconduce a puntualità della sensazione, dell’impressione, della percezione. Partendo da tale prospettiva il filosofo Edmund Husserl svilupperà la sua concezione del tempo: Il tempo per Husserl non è una somma di istanti. Husserl si orienta verso una concezione dell’istante come un limite ideale. Queste approfondite ricerche porteranno il filosofo alla grande scoperta della ritenzione. In che cosa consiste la ritenzione? Esempio: ipotizziamo di dover rendere ragione dell’esperienza di una melodia. Sentendo una melodia (intuizione), affinché questa sia effettivamente ascoltata da noi, occorre che la nota che risuona in un dato momento, per esempio un do, lasci lo spazio alla nota successiva e che ci sia un certo sprofondare concatenato. Occorre che il do, uscendo dalla presenza in senso stretto, venga trattenuto (ritenzione) nella sfera della presenza e che questo avvenga in maniera costante. Dal futuro (protensione) fluiscono le altre. Questo essere trattenuto nella presenza non vuol essere comparato da Husserl ad un ricordo volontario, nel senso di una riproduzione. Husserl scopre che tutto ciò appartiene a un ricordo primario, la ritenzione, che si differenzia dal ricordo secondario. Il passato non viene, non diventa oggetto di un atto ma è l’atto percettivo che ha una sorta di coda di cometa. Vi è una coda di cometa intenzionale in ogni ritenzione. L’impressione è una sorta di esplosione all’indietro e in avanti .

La concezione di Husserl, che assimila la percezione a un decorso temporale, gioca a favore, a mio avviso, dell’impossibilità di stabilire un netto stacco tra un momento presente e un momento passato, rispondendo negativamente al mio quesito. Questa domanda di partenza, come si può notare, è viziata da presupposti di tipo genericamente empirista. Infatti, già domandarsi dove abbia inizio il presente e dove finisca il passato presuppone una distinzione definita tra questi e un passaggio ben definito e definibile tra i due, come se i due momenti fossero due atomi ben definiti, il che è chiaramente smentito dai presupposti di una prospettiva come quella husserliana, che tra le prospettive proposte, mi pare la più adeguata alla soluzione del dubbio posto inizialmente.

¹ Etienne Gilson, La filosofia nel medioevo. dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo, 2011.

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