“In cosa crede chi non crede?

Nell’approcciare un tema delicato come quello della religione nella rubrica di Società e Credenze, pur mantenendo il canonico occhio critico-filosofico, ritengo sia innanzitutto fondamentale delimitare il campo entro cui ci muoveremo. In questo articolo non si farà direttamente religione, termine di cui diamo definizione per chiarezza:

Complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso1

Invece cercheremo di approcciarci alla religione, come abbiamo detto, con atteggiamento filosofico, cercando cioè di ragionare in materia religiosa con un approccio critico. Per dirla con le parole di Mario Micheletti:

È ragionevole pensare che la filosofia della religione abbia storicamente origine nel pensiero moderno con […] Spinoza […] Si svilupparono in ambito inglese, nel secolo XVII, con nuovi argomenti critici, le discussioni sulla fede e sulla religione.

È ragionevole pensare che la filosofia della religione debba la sua specificità al fatto che il suo oggetto diretto non sia tanto Dio, la sua esistenza e i suoi attributi, quanto la religione stessa come rapporto dell’uomo con Dio, oppure genericamente con il sacro. […] Tale disciplina è […] da distinguere […] dalla teologia rivelata, che presuppone come punto di partenza la rivelazione stessa di Dio.2

È dunque da questo rapporto con Dio e con il sacro che prende le mosse questo scritto. Più in particolare considereremo come questo rapporto con Dio (o come l’assenza di esso) può condizionare la nostra etica. Diamone innanzitutto una definizione:

In senso stretto l’etica va distinta sia dalla politica sia dal diritto, in quanto ramo della filosofia che si occupa più specificamente della sfera delle azioni buone o cattive e non già di quelle giuridicamente permesse o proibite o di quelle politicamente più adeguate.3

Andiamo dunque, nello sviluppo di tali concetti, a considerare due punti di vista differenti a confronto, quello di un’etica cattolica, che fa di questo incontro e rapporto con Dio un cardine, e un’etica di un non credente, nelle voci rispettivamente del card. Carlo Maria Martini e del filosofo Umberto Eco.

Dove fonda l’etica un cattolico? Carlo Maria Martini

Innanzitutto è bene ricordare la fonte di tale paragone: siamo all’interno di uno scambio epistolare (Marzo 1995 – Gennaio 1996) tra le due figure, quella di Eco e di Martini, destinato alla pubblicazione (e edito da Bompiani). Dopo aver affrontato altre questioni Martini pone una interessante domanda ad Eco, che riguarda il fondamento ultimo dell’etica per un laico ed apre la riflessione oggetto di questo scritto:

In concreto: su che cosa basa la certezza e l’imperatività del suo agire morale chi non intende fare appello, per fondare l’assolutezza di un’etica, a principi metafisici o comunque a valori trascendenti e neppure a imperativi categorici universalmente validi? In parole più semplici […] quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare principi morali, che possano richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale? O ancora, come possono arrivare, prescindendo dall’appello a un Assoluto, a dire che certe azioni non le posso compiere in nessun modo, a nessun costo, e che altre si devono compiere, costi quel che costi? Certo, ci sono le leggi, ma in virtù di che cosa possono obbligare anche a costo della vita?4

Vi sono indubbiamente dei punti qui che vale la pena riprendere: traspare la concezione cattolica di un’etica fondata nell’Assoluto e nella metafisica. In parole semplici il credente (cattolico) fonda il suo agire in Dio e nei suoi insegnamenti o in quelli che derivano dalla sua Parola, che ritiene fonte innegabile e imprescindibile di Verità. Per il credente (qui cattolico) tali principi sono universali, valgono per tutti, in ogni tempo e in ogni spazio e sono espressione di quanto di buono si debba fare e di quanto invece non si debba fare, ora, da sempre e per sempre. Esempio di questo sono I Dieci Comandamenti, che sottolineano quanto l’etica cattolica sia di matrice deontologica radicale (certi principi sono considerati inviolabili o certe proposizioni da rispettare ad ogni costo. Vale la pena ricordare in un veloce accenno il kantiano devi perché devi). Ciò che Martini non riesce a spiegarsi, dunque, è dove il non credente trovi una pretesa di assoluto se non fonda il proprio agire in un Assoluto rivelatore. Come si può dire, da non credenti, cosa sia giusto o sbagliato? E quale senso si dà del proprio agire senza questo importante tassello fondativo che è Dio?

Dove fonda l’etica chi non crede? Umberto Eco

Prendiamo ora in esame la risposta di Umberto Eco alle domande di Carlo Maria Martini. Il procedimento che segue il filosofo nel tentativo di dare una risposta convincente ed argomentata è particolare: egli, da buon semiologo, ovvero da studioso dei simboli e del modo in cui essi hanno un significato, fa partire la sua riflessione dall’esistenza o meno di universali semantici. Vediamo questo passaggio con le sue parole:

Il mio problema era se esistano o meno gli “universali semantici”, ovvero nozioni elementari comuni a tutta la specie umana, che possono essere espresse da tutte le lingue. […] si sa che molte culture non riconoscono nozioni che a noi appaiono evidenti, per esempio di sostanza a cui appartengono certe proprietà (come quando noi diciamo che “la mela è rossa”) o quella di identità (a = a).5

Il problema qui non è secondario. La mossa di Eco è scaltra, alla domanda di Martini il filosofo contrappone il tentativo di cercare un fondamento parimenti assoluto per fondare la propria etica, trovando un “sostituto di Dio” che possa garantire carattere universale ai dettami circa il comportamento umano. Di nuovo Eco:

Mi sono però persuaso che certamente esistono nozioni comuni a tutte le culture, e che tutte si riferiscono alla posizione del nostro corpo nello spazio. Siamo animali a statura eretta, per cui è faticoso rimanere a lungo a testa in giù, e per tanto abbiamo una nozione comune dell’alto e del basso, tendendo a privilegiare il primo sul secondo. Parimenti abbiamo nozione di una destra e di una sinistra, dello stare fermi o del camminare, dello star ritti o sdraiati, dello strisciare o del saltare, della veglia o del sonno. […] sappiamo tutti cosa significa battere una materia resistente, penetrare una sostanza molle o liquida, spappolare, tamburellare, pestare, prendere a calci […] il vedere, l’udire, mangiare o bere, ingurgitare ed espellere […]6

Il semiologo qui suggerisce l’esistenza di tali universali in una dimensione prettamente umana (se non addirittura antropologica) portando come esempi tutte quelle nozioni, a detta sua comuni a tutte le culture, che identificano concetti relativi alla posizione nello spazio e agli elementi basilari per la vita tipici dell’essere umano (appunto, l’alto, il basso, il vedere, il mangiare…). Una volta convintosi dell’esistenza di un substrato universale (non rivelato) formato da queste nozioni, il passo successivo è dato dal procedere nel tentativo di rendere questi elementi fondativi di un’etica:

Pertanto […] si hanno concezioni universali circa la costrizione: non si desidera che qualcuno ci impedisca di parlare, vedere, ascoltare, dormire, ingurgitare o espellere, o andare dove vogliamo, soffriamo che qualcuno ci leghi, o ci costringa in segregazione […] già in questa fase […] questa semantica è diventata la base per un etica: dobbiamo anzitutto rispettare i diritti della corporalità altrui, tra i quali anche il diritto di parlare e pensare […]7

Quello che il filosofo ci comunica qui è fondamentale: mettendo in gioco il concetto di costrizione abbiamo già una tutto sommato ampia gamma di azioni che non vogliamo ci siano impedite. Ma come si passa da questa consapevolezza a quella che non si dovrebbe fare agli altri quello che non si vuole sia fatto a noi stessi (ovvero, impedirci di dormire, mangiare, vedere…)? Il passo non è immediato. Eco pone la risposta a questo quesito nell’altro. Egli ci dice che la dimensione etica inizia quando entra in scena l’altro […] è l’altro, è il suo sguardo, che ci definisce e ci forma8. Per Eco è indispensabile alla condizione umana l’approvazione (o quantomeno l’attenzione) dell’altro in ciascuno degli esseri umani. A prova di ciò vengono portati ad esempio i casi del neonato, avido delle attenzioni dei genitori, e dell’assassino, caso che, pur sembrando apparentemente controintuitivo, viene utilizzato da Eco a sostegno della propria tesi: persino l’assassino, che punta a negare la vita dell’altro, ha bisogno almeno dello sguardo della propria vittima, della sua attenzione nel riconoscergli il ruolo di colui che sarà in grado di negargli la vita (uno sguardo di paura e di inferiorità). Viene poi portato come esempio anche il controfattuale di una società i cui abitanti non si danno mai attenzioni, società questa, agli occhi dell’autore, in cui sarebbe impossibile vivere. Questo fattore indispensabile, l’approvazione o attenzione altrui, è segno del fatto che ciascuno di noi non possa non riconoscere l’importanza dell’altro. Una volta riconosciuta l’importanza dell’alterità dunque il passo verso il rispettare qualcosa che si ritene importante è breve.

Come mai allora, si domanda il filosofo, ci sono culture che promuovono il massacro, il cannibalismo e l’umiliazione del corpo altrui? Semplicemente perché queste culture restringono il concetto di altri ad un determinato insieme di persone (si pensi ai Crociati, alle comunità etniche di primitivi, al concetto di barbari…). A seconda dell’ampiezza del focus riguardo gli altri varia la quantità di persone a cui concediamo tale rispetto.

Di nuovo però il semiologo questiona queste sue argomentazioni: la coscienza dell’importanza dell’altro è davvero sufficiente a fornirmi una base assoluta, un senso, una fondazione immutabile per un comportamento etico? Entrano in gioco altre due componenti, l’amore per gli altri, e la volontà di sopravvivere nella memoria. Dice Eco:

Mi pare evidente che chi ha non ha mai avuto esperienza della trascendenza, o l’ha perduta, possa dare un senso alla propria vita, e alla propria morte, possa sentirsi confortato solo dall’amore per gli altri, dal tentativo di garantire a qualcun altro una vita vivibile dopo che lui sarà scomparso.9

La domanda chiave, che titola tanto questo articolo quanto l’epistolario tra queste due figure di spessore del pensiero, si traduce allora in una tensione positiva e attiva, anche per coloro che non sono spinti, nel proprio comportamento, da un fondamento Assoluto o rivelato:

La fede profonda nella continuità della vita, il senso assoluto del dovere […] è il senso che ha spinto molti non credenti a morire sotto tortura pur di non tradire gli amici, altri a farsi appestare per guarire gli appestati. È anche talora l’unica cosa che spinge un filosofo a filosofare, uno scrittore a scrivere: lasciare un messaggio nella bottiglia, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che ci pareva bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno.10


2 Mario Micheletti, La teologia razionale nella filosofia analitica, Carocci, 2010

4 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, In cosa crede chi non crede?, Bompiani, 2014, pp. 93 – 94

5 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, In cosa crede chi non crede?, Bompiani, 2014, pp. 108 – 116

6 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, Ibidem

7 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, Ibidem

8 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, Ibidem

9 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, Ibidem

10 Umberto Eco – Carlo Maria Martini, Ibidem

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