Il trapianto di corpo e la minaccia della bioetica

Alla fine di quest’anno, ovvero presumibilmente nel dicembre del 2017, avverrà il primo tentativo di trapianto di corpo.
Il Dr. Sergio Canavero, neurochirurgo italiano dell’anno 64, annunciò nel 2015 la possibilità di riuscita del suddetto intervento – per la quale studia da circa di 30 anni – da lì a due anni; ebbene eccoci qui.
Suo collaboratore sarà il Dr. Xiaoping Ren, neurochirurgo cinese dell’Harbin Medical University; la Cina è infatti lo Stato che ha ospitato il progetto – probabilmente perché è l’unico Paese che è stato in grado di fronteggiare e scavalcare i problemi etici di cui poi parleremo.
L’operazione, dal costo stimato di 11 milioni di dollari, terrà impegnati un’equipe medica di 150 professionisti per circa 36 ore e porrà le basi per una e vera e propria svolta nel campo della Medicina.
Il paziente volontario per l’intervento dovrebbe essere il 31enne Valery Spiridonov, ragazzo russo affetto dal morbo di Werdnig-Hoffman, la più grave forma di atrofia muscolare spinale che porta inesorabilmente alla morte. Dico dovrebbe perché “voci di corridoio” suggeriscono che il paziente sarà probabilmente cinese – dato che, come ricordato poc’anzi, è la Cina ad ospitare il progetto assumendosi tutte le responsabilità del caso.
In questo articolo io non parlerò dell’operazione dal punto di vista tecnico medico e dei dettagli della sua procedura; infatti il mio scopo è invece quello di criticare le proteste bioeticiste e argomentare le motivazioni di questa mia affermazione: in determinate situazioni la bioetica rischia soltanto di diventare una seria minaccia per il progresso e di rendersi ridicola piuttosto che utile.

Innanzitutto lasciatemi però chiarire una questione; io non sono contro la bioetica, anzi, a mio avviso è una disciplina che dobbiamo imparare ad apprezzare e ad utilizzare il più possibile e al meglio. Il problema è quando è la paura a governarne le logiche, facendola così diventare un freno per l’umanità piuttosto che una guida razionale.
Di seguito quindi parlerò sommariamente dell’intervento così da inquadrare meglio di che cosa stiamo effettivamente parlando per poi elencare qualche problema di bioetica che il suddetto ha suscitato per poi, come annunciato prima, analizzarli e arrivare insieme alla mia conclusione di cui sopra.
Il progetto del Dr. Canavero consiste in “soldoni” nell’impiantare un corpo “nuovo” in un paziente ormai totalmente paralizzato. La procedura, descritta molto banalmente, prevede quindi la decapitazione di due corpi: quello del donatore (un uomo dichiarato cerebralmente morto) e quello del ricevente (ovvero del paziente di cui abbisogna del trapianto). Dopodiché la testa del ricevente, una volta separata dal corpo, sarà congelata a -15 gradi e tenuta in vita grazie ad un artificiale afflusso di sangue ossigenato al cervello mentre il nuovo corpo sarà successivamente impiantato.
Inutile dire che questo tipo di operazione comporta innumerevoli difficoltà che sono tuttavia già state affrontate e superate in via sperimentale, e che nonostante tutto la società scientifica si divide nettamente tra chi crede che sia fattibile fino ad oltre il 90% di riuscita e chi ritiene che ad oggi sia solo fantascienza.
Ma quali sono i maggiori problemi di bioetica che questo progetto solleva? E perché a mio avviso non sussistono o sono addirittura una minaccia per il progresso? Vediamone alcuni analizzandoli.

Problema dell’identità.

L’identità di un individuo dove è situata? Nella mente o nel corpo?

Partiamo subito dal presupposto che io ritengo che l’identità di un individuo sia senza dubbio situata nella mente e che la mente lo sia nel corpo. Ovviamente l’una è influenzata dall’altro, questo perché il corpo è il veicolo con il quale ci sentiamo e rapportiamo col mondo – ma non per questo cambiandone i “componenti” cambierebbe il nostro sentirci come un “io”. Se l’identità fosse nel corpo significherebbe che chiunque fosse dichiarato morto cerebralmente conserverebbe la propria identità e per tanto risulterebbe immorale qualsiasi donazione, sia di organi che di arti, perché “inquinerebbe” l’identità di un altro individuo. Ma a me sembra invece che chi è paralizzato dalla testa in giù, conservando le proprie capacità cognitive, serbi anche la propria identità – al contrario di un morto cerebrale o un paziente in stato comatoso. Inoltre è più probabile che sia un danno encefalico ad influenzare il comportamento, il carattere e la percezione del di un soggetto piuttosto che la rottura o addirittura la perdita di un arto e pertanto non ritengo che l’identità di un soggetto sia nel corpo quanto nella mente che è a sua volta veicolata dal corpo, in primis dal cervello.

Problema della propriocezione.

Propriocezione: capacità di percepire e riconoscere il proprio corpo nello spazio.
La domanda è:
Come reagirà il cervello ad un corpo nuovo? Come lo percepirà?

Qui voglio aprire la mia analisi suggerendo che il paziente volontario di cui sopra, Valery Spiridonov, a causa della sua malattia non ha mai percepito null’altro che la sua testa. Di conseguenza il vero problema sarà semmai abituare il cervello a percepire un corpo da zero. Questo problema di riabilitazione – o meglio di abilitazione – è già stato affrontato e la soluzione poggia nell’utilizzo per almeno 6 mesi della realtà virtuale in modo da abituare il soggetto al possedimento di un tronco prima ancora di utilizzarlo effettivamente. Questo servirà a prevenire, affiancandolo ad un percorso psicologico mirato, un rigetto innanzitutto di tipo mentale e ad abituarsi all’idea di muoversi nello spazio attraverso un corpo.
A questo stesso quesito ha risposto lo stesso Dr. Canavero spiegando che “preparare un individuo a ricevere un corpo nuovo è meno complesso che prepararlo a ricevere una faccia nuova – essendo che gli individui si riconoscono e identificano maggiormente con la stessa”. Poi ha continuato dichiarando che “ad oggi i pazienti che subiscono un trapianto di faccia reagiscono abbastanza bene – sebbene si pensasse potesse essere impossibile – e che pertanto l’accettazione del corpo nuovo non sarà difficoltoso così come molti vorrebbero far pensare”.
Se invece per ipotesi il paziente avesse precedentemente avuto un corpo sano, e quindi una completa esperienza di propriocezione, suppongo che la riabilitazione dovrebbe avere sicuramente una durata minore nel primo momento di abitudine all’idea di tronco ma probabilmente maggiore nell’accettazione di un corpo ché, a primo impatto, potrebbe risultare estraneo.

Questi due tipi di problemi analizzati racchiudono grosso modo molti degli interrogativi bioetici sollevati sino ad ora dal progetto del Dr. Canavero. Quello però che mi preme far notare è come in realtà siano solo delle speculazioni fondate su dei “se” e su dei “ma”, i quali non hanno alcuna base teorica scientifica per sussistere. Nel caso del primo problema la questione sembra quasi ridicola; il domandarsi dove sia situata l’identità di una persona, nella mente o nel corpo, pare solo un grossolano pretesto per fermare un avanzamento medico della quale in realtà si ha paura. Senza contare che se ancora non abbiamo una risposta certa alla suddetta questione questo tipo di intervento non potrà far altro che aggiungere dati per aiutare a risolvere il problema stesso.
Io credo che sia ingiusto fermare l’avanzamento medico-scientifico a causa di un’assunzione teorica dalle basi evidentemente deboli. O meglio, non possiamo evitare di porci come obiettivo questa conquista medica solo perché non siamo del tutto certi che l’identità di una persona sia nella mente piuttosto che nel corpo – perché di questo passo non potremmo osare mai nulla. Se per concederci il lusso di sperimentare qualcosa di nuovo e innovativo abbiamo innanzitutto bisogno dell’assoluta certezza di tutte le risposte del caso allora possiamo direttamente smettere di ricercare, perché è evidente l’illogicità della premessa; infatti non potremo mai avere tutte le risposte in anticipo in merito ad alcun progetto – questo in ogni caso, indipendentemente dagli studi e le sperimentazioni che sono stati svolti precedentemente in via preparatoria; è la condizione umana stessa a non poterlo permettere. Questo discorso vale anche per il secondo problema; quello della propriocezione. In merito a quest’ultimo possiamo solo avanzare delle ipotesi e delle soluzioni teoriche, ma avremo la certezza empirica solo quando l’operazione verrà eseguita e portata a termine con successo. Questo non significa che il problema non esista o che non sia stato discusso e affrontato seriamente, ma che è ingiusto – a causa di queste congetture – privarsi di raggiungere un traguardo che sarà così importante per l’intera razza umana. Inoltre non va dimenticato che il paziente è del tutto volontario e che è conscio di queste problematiche, e che, come per il problema dell’identità, quello della propriocezione non può essere affrontato solo in linea teorica e che pertanto questa operazione potrà essere un’ottima occasione per accumulare dati in merito.

Problema sociale: i figli.

Se il paziente dovesse avere dei figli, di chi sarebbero questi ultimi?

Premetto sin da subito che la giurisprudenza non è un campo che mi compete e che quindi non mi ci addentrerò, ma mi limiterò a fare delle considerazioni personali in merito al quesito.
Se un paziente che si sottoponesse a questo tipo di intervento prevedesse di voler avere in futuro dei figli propri potrebbe, ad esempio, far congelare il proprio sperma. In questo modo ne sarà il padre biologico ma dovrà fare i conti con la sua malattia e il rischio di trasmissione della stessa. Se invece dovesse invece usare i testicoli del donatore allora non sarebbe il padre biologico. A questo punto le considerazioni da fare sono innumerevoli ma mi limiterò ad un paio. Innanzitutto non essere il padre biologico non significa non essere un padre, di fatti lo sono anche gli individui che hanno semplicemente voluto – o dovuto – adottare un bambino. In questo senso la paternità del paziente sarà giostrata legalmente dalle leggi previste dallo Stato in cui risulterà esserne cittadino, sia che siano già vigenti – come, ad esempio, nel caso dell’adozione – sia che debbano ancora essere istituite. Queste leggi dovranno inoltre anche chiarire il rapporto del nascituro con i parenti biologici, ma qui non voglio fare alcuna ipotesi – infatti, come ricordato sopra, non è un campo che mi compete.
Un’altra considerazione da fare è che, per il momento, parlare di procreazione forse è davvero troppo presto, ma non per questo la bioetica non deve pensare e cercare di risolvere questo tipo di problemi. Questo quesito infatti, a dispetto dei primi analizzati, ha senso di esser posto e potrebbe davvero aiutare a far progredire la scienza medica evitando di tralasciare aspetti che solo all’apparenza sembrerebbero marginali.
Allora perché ritengo che anch’esso possa essere pericoloso? Perché questo quesito non è stato fin’ora posto come un affiancamento al progresso, ma solo come un ostacolo. Questo è il vizio di cui la bioetica si deve spogliare: la paura del progresso.

In conclusione voglio dare la mia personale opinione in merito al primo intervento di trapianto di corpo dell’umanità. Non solo io non credo sia un abominio, ma anzi che sia un vero e proprio miracolo della medicina. Se il progetto andrà in porto allora potremmo pensare di curare chiunque sia affetto da gravi malattie degenerative e anche dai cancri terminali. Sicuramente potrebbe anche essere un passo verso un’era transumanista, ma non credo che il vero obiettivo sia l’immortalità – almeno non ora – quanto quello di donare una vita dignitosa a chi senza il suddetto intervento potrebbe lasciarla da lì a breve.
In molti hanno anche contestato la decisione di Valery Spiridonov di sottoporsi all’operazione come volontario dandogli addirittura dell’imbecille. Ma non va dimenticato che la suddetta potrebbe effettivamente essere la sua unica speranza di salvezza e che pertanto non va biasimato. Inoltre se dovesse andare tutto bene lui sarebbe salvo e avrebbe contribuito alla realizzazione di un grande passo avanti per la scienza medica e l’umanità tutta. Se dovesse invece andare male lui non avrà rimpianti perché, come egli stesso ha dichiarato, era comunque già condannato a morte dalla sua malattia e, se non altro, avrà aiutato la Medicina ad aggiungere dati importanti per il raggiungimento dell’obiettivo, ovvero effettuare con successo un trapianto di corpo.


Fonti:

http://www.ilgiornale.it/news/salute/trapianto-testa-possibile-entro-2017-1099208.html

https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/09/the-audacious-plan-to-save-this-mans-life-by-transplanting-his-head/492755/

 

2 comments for “Il trapianto di corpo e la minaccia della bioetica

  1. Umberto
    22 Novembre 2017 at 15:24

    Tu che hai scritto questo articolo sei soltanto un ipocrita!! vorrei vedere te paralizzato dal collo in giù se ti permetteresti il lusso di parlare di etica.. te ne fregheresti altamente!! ipocrita….la gente come te ferma il progresso!!

    • Daniele Fantetti
      26 Novembre 2017 at 17:54

      Perché mai parlare di etica dovrebbe essere un lusso? Perché se fossi nelle condizioni del paziente non ne dovrei parlare? Ma soprattutto, perché la bioetica dovrebbe fermare il progresso?
      Dal mio umile punto di vista l’etica non è un lusso ma un dovere del pensiero indipendente dalla propria condizione di salute. Inoltre non solo non ferma il progresso, ma lo incoraggia aiutandolo in una giusta direzione, ovvero pensando in toto alle condizioni e alle modalità d’uso dello stesso.
      Inoltre nel mio articolo spiego largamente le mie ragioni per la quale sono favorevole al trapianto, quindi perché mai la “gente come me” dovrebbe fermare il progresso?

      La prego quindi di rispondermi al fine di intraprendere con la Sua persona una sana e pacifica conversazione in modo da farmi conoscere meglio il Suo pensiero e chiarirle maggiormente le mie ragioni.

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