Mente e corpo, l’impossibilità di una spiegazione scientifica

Uno dei dibattiti principali all’interno della discussione scientifica e filosofica contemporanea è relativo al rapporto tra mente e corpo ed è caratterizzato da molteplici implicazioni che esulano dal tema in questione, andando a coinvolgere problemi più ampi, come ad esempio la validità universale del metodo scientifico e delle conoscenze ottenute finora tramite esso o l’esistenza del libero arbitrio. Il rapporto tra la mente e il corpo è sempre stato problematico a causa della discrepanza che sussiste tra le due sostanze: ad un primo livello di osservazione, ci appare evidente come la “materia fisica” (secondo il linguaggio cartesiano, res extensa), di cui il corpo è una porzione, sia appunto materiale e sensibile. Tutto ciò che è materia fisica ostenta una evidenza difficilmente negabile, colpendo con costanza e insistenza i nostri sensi, tra cui primariamente il tatto, che il senso più efficace nel determinare la presenza reale di un oggetto fisico (per essere sicuro che una cosa che vedo sia realmente lì davanti a me, la afferro o la tocco). Al contrario la mente, la res cogitans cartesiana, ci appare come eterea, impossibile da percepire sensibilmente ma solo attraverso la retrospezione: per essere coscienti del fatto che pensiamo e abbiamo degli stati mentali dobbiamo appunto “pensare di averli”. Questo rende estremamente difficile una definizione precisa di ciò che chiamiamo “mente”, seppure prima facie ci appaia completamente diversa dal corpo e non ascrivibile al campo della materia fisica. Seguendo la distinzione cartesiana, la prima dell’età moderna, la mente è inestesa, libera e consapevole mentre invece la materia fisica è estesa, limitata e inconsapevole: la mente è consapevole di sé stessa, mentre il corpo no (la mente è consapevole anche dell’esistenza del corpo); la mente è libera, ovvero può fare quello che vuole, mentre la materia è limitata dalle leggi della fisica; la mente non ha una estensione fisica, che la renderebbe sensibile e misurabile, mentre invece il corpo sì.

La discrepanza evidente tra la mente e corpo, evidenziata da numerosissimi pensatori di varie epoche, sembra configurarsi immediatamente, anche nell’immaginario comune, come un dualismo. Assumere acriticamente la sussistenza di un dualismo, seguendo la nostra primissima impressione, non sembra però una mossa valida, dato che un netto dualismo ontologico tra mente e corpo sarebbe contraddittorio. Un dualismo ontologico netto come quello cartesiano richiederebbe infatti la totale ininfluenza di ciascun polo sull’altro: questo equivale a dire che la mente non può intervenire sul corpo e che il corpo non può influire sulla mente; si tratta però di qualcosa che contraddice le nostre esperienze, dato che costantemente la nostra mente interagisce con il nostro corpo e l’ambiente circostante e viceversa. Proviamo a pensare ad un qualsiasi movimento che si “voglia” compiere, come ad esempio aprire una porta: io prima penso di poggiare la mano sulla maniglia, girarla e tirare la porta, e poi agisco nel modo che mi sono pre-figurato. Sembrerebbe difficile negare che la mia mente abbia guidato la mia mano a compiere quell’azione. È possibile anche modificare gli stati mentali agendo sul corpo: il caffè bevuto la mattina non ha alcun contatto con la mente, eppure essa ne subisce l’effetto e si ritrova più sveglia e attenta. Un altro esempio classico di interazione tra la mente e il corpo è l’esperienza percettiva sensibile: noi tocchiamo, vediamo, sentiamo cose e proviamo sensazioni che immediatamente vengono tradotte in stati mentali, fornendoci una base per la conoscenza. Un dualismo ontologico netto vieterebbe la presenza di queste esperienze a meno che non esista un elemento, diverso dalla mente e dal corpo, che colleghi inspiegabilmente questi due piani dell’esistenza, altrimenti scollegati. Nella storia della filosofia, le posizioni dualistiche indicano spesso Dio come questo elemento, sottolineandone l’inconoscibilità, ma in epoca moderna e contemporanea la pretesa di conoscere ogni cosa è costretta a rinunciare ad una impostazione che di principio non renda possibile la spiegazione universale. Il dualismo è dunque da rifiutare per due motivi: non coincide con ciò che realmente avviene tra la mente e il corpo e non permette una conoscenza universale dell’Essere. La disciplina per la conoscenza a cui solitamente si fa riferimento, ovvero la scienza moderna, assume come impostazione ontologica un monismo materialistico[1] e procede nella ricerca adottando un preciso metodo riduzionistico. Di seguito cercheremo di mostrare le caratteristiche del metodo scientifico e del riduzionismo ad esso correlato per poi spiegare come questo metodo, se applicato al problema del rapporto mente corpo, non possa rendere conto dell’effettiva portata del problema e per quale motivo una spiegazione scientifico-riduzionista della mente sia talmente impoverita da risultare indesiderabile.

Il metodo scientifico e il riduzionismo

La base del metodo scientifico viene gettata da Galileo tramite quella che Husserl chiama matematizzazione galileiana della natura[2]: gli assunti che stanno alla base di tutto il metodo scientifico sono la concezione della natura come universo matematico e il dualismo tra qualità primarie e qualità secondarie, che verrà introdotto più avanti da pensatori come Locke e Cartesio. Tralasciando il percorso storico che porta i due pensatori dell’età moderna a sviluppare queste idee, ci concentriamo sui risultati di esse e sull’opera che svolgono all’interno del metodo scientifico. Il mondo ci appare come relativo e soggettivo ma non per questo crediamo all’esistenza di molti mondi individuali: crediamo piuttosto all’esistenza di un mondo composto dagli stessi elementi che poi, attraverso i sensi, appaiono diversi a ciascuno di noi. Si devono quindi distinguere le qualità primarie, obbiettive, da quelle secondarie, soggettive e apparenti, attribuendo alle prime il ruolo principale: le qualità primarie della natura compongono la vera realtà e formano il sostrato per il semplice manifestarsi delle qualità secondarie. L’universo risulta quindi immediatamente diviso in due grandi gruppi, di cui solo uno merita l’interesse conoscitivo umano, dato che compone la vera realtà, nuda e uguale per tutti e fonte delle molteplici apparizioni soggettive. Se si vuole studiare e conoscere la realtà, bisogna dunque concentrarsi su questo sostrato comune a tutti gli individui e tralasciare invece tutto quello che invece è legato ai sensi e alle loro possibili fallacie. Delimitato per principio il campo di interesse, il metodo scientifico sfrutta allora la concezione matematica dell’universo, che permette di disporre degli elementi naturali come se fossero elementi matematici. Per consentire l’applicazione di processi matematici ad un mondo che in prima istanza ci appare qualitativamente, è stato decisivo l’artificio delle unità di misura, ovvero la ricerca e l’isolamento di parametri quanto più stabili possibili che permettono la trasformazione delle qualità naturali in quantità. Le unità di misura sono infatti uno strumento di astrazione che opera una mediazione tra il carattere qualitativo del mondo e il carattere quantitativo della matematica a partire dall’individuazione negli oggetti di caratteristiche stabili nel tempo, rendendo numericamente comparabili due enti. Tramite le unità di misura si possono isolare alcuni parametri di un ente, coincidenti con le sue proprietà primarie (massa, dimensione, estensione, figura, moto), così da permettere il paragone con gli stessi aspetti di un altro ente.

L’impianto teorico del metodo scientifico non è però l’unica cosa che contraddistingue la scienza moderna: bisogna infatti nominare almeno altri due elementi, ovvero la finalità di controllo e l’introduzione del riduzionismo per facilitare i risultati. La conoscenza della natura da parte delle scienze fisiche ha uno scopo ben preciso: il controllo degli eventi naturali in modo da sfruttarli per il benessere umano. Per ottenere questo obiettivo, è necessario dominare i processi causali che trasformano costantemente la natura in modo da prevedere gli effetti a partire dalle cause e potenzialmente dirottare le cause su altri effetti maggiormente desiderabili. Il riduzionismo invece, elaborato sullo stesso principio del rasoio di Occam, richiede allo scienziato di considerare nella sua ricerca solamente ciò che è influente, ovvero ciò che produce effetti visibili e misurabili. In questo modo si eliminano a priori tutti quegli elementi che non rientrerebbero nella spiegazione scientifica bollandoli come ininfluenti e si facilita la ricerca dei risultati, data la relativamente esigua quantità di dati considerati “interessanti” per ciascun problema. Riassumendo quelli che sono i punti fondamentali dell’impianto teorico su cui si fondano le moderne scienze positive, potremmo dire che:

  1. Tutto l’universo è composto da enti materiali in divenire.
  2. La nostra esperienza quotidiana di tali enti è sovrabbondante di dati sensibili secondari che possono essere ricondotti ad elementi primari, che formano il sostrato reale dell’universo.
  3. Queste proprietà primarie sono facilmente matematizzabili, data la loro costanza nel tempo, tramite l’impiego di unità di misura.
  4. Gli enti materiali sono quindi riconducibili in toto alle proprietà primarie, che sono il vero aspetto degli enti e il reale motivo per cui invece ci appaiono colorati, profumati, saporiti, etc (dotati di qualità sensibili).
  5. Secondo una visione riduzionistica, possiamo affermare che per conoscere un ente ci basti conoscere le sue proprietà primarie.
  6. Tutti gli enti interagiscono tra di loro secondo il modello della causalità efficiente, dove la situazione antecedente produce quella conseguente.
  7. Secondo una visione riduzionistica, l’unico modello di causalità da prendere in considerazione è quella efficiente, che si svolge esclusivamente tra enti materiali, i quali sono riconducibili alle proprie proprietà primarie.
  8. Ergo, per spiegare qualsiasi procedimento è necessario conoscere semplicemente il sostrato materiale, oggettivo e misurabile delle cose, a prescindere da tutto ciò che non rientra in queste caratteristiche, e la sua relazione di causa-effetto con gli altri enti.

Applicare il metodo al problema

Ritorniamo al problema iniziale e vediamo cosa comporta applicare questo impianto teorico, su cui si basano tutte le scienze fisiche, allo studio della mente e del rapporto di questa con il corpo. La discrepanza tra mente e corpo che immediatamente si manifesta a coloro che si interessano al problema viene presto interpretata allo stesso modo del rapporto tra qualità primarie e secondarie. Tutto ciò che appartiene alla categoria del mentale non ha reale esistenza in quanto non materiale ed è una manifestazione totalmente dipendente dal sostrato fisico sottostante, ovvero il cervello. I pensieri, le sensazioni, gli stati mentali, le emozioni, i desideri, i sentimenti vengono dunque paragonati alle qualità secondarie: ci sembra che la mente sia fatta così, ma si tratta solo di un aspetto ininfluente, quello che conta davvero è la base materiale che a noi si manifesta in questo modo. Lo studio scientifico del rapporto mente-corpo evita il dualismo delle sostanze assumendo un monismo materialistico e dunque riducendo lo studio della mente allo studio di una parte del corpo, il cervello, e alle relazioni causali che qui hanno luogo. La scienza moderna prevede dunque di comprendere la mente e le sue funzioni a partire dallo studio dell’encefalo umano, assumendo tramite la prospettiva riduzionistica che tutto il mentale coincida in maniera più o meno diretta con specifiche relazioni causali all’interno del cervello. I recenti studi scientifici sulla mente/cervello in accordo con la prospettiva riduzionistica considerano esclusivamente le relazioni tra neuroni che avvengono tramite la trasmissione di scariche elettriche, l’intensità delle scariche, il numero di neuroni coinvolti, le aree del cervello in cui si compiono le trasmissioni, punto di partenza e destinazione della scossa elettrica e livelli ormonali presenti nei vari istanti della trasmissione. In nessuno di questi studi si fa riferimento a ciò che normalmente si intende quando si parla di mente, non vi è traccia di pensiero, emozione o desiderio nell’applicazione del metodo scientifico al cervello: il mentale non è fisico né misurabile e dunque sfugge alla matematizzazione dell’universo ma proprio per questa sua qualità viene escluso dalla possibilità di comprensione scientifica.

Facciamo un paragone per capire quanto l’applicazione del metodo scientifico al problema mente-corpo sia erronea e fuorviante: pensate alla vostra abitazione o a quella in cui siete cresciuti e immaginatevi di dover far comprendere a qualcuno che non abbia idea di cosa sia una “casa” né cosa questa parola significhi per voi in relazione a quell’edificio. Non potete però invitare questa persona dentro l’edificio né portargli fuori oggetti ma soprattutto nella vostra descrizione della “casa” potete solamente fare riferimento all’ampiezza delle stanze, allo spessore dei muri, alla potenza dell’impianto elettrico, al consumo energetico, al dispendio di calore e alle semplici quantità di oggetti presenti. Di fatto potete soltanto parlare di parametri misurabili e vi è vietato per principio riferirvi alle vostre esperienze trascorse in quella casa: dubito che un qualsiasi interlocutore riesca a capire cosa significhi per voi “casa” se questa viene descritta solo tramite le misure dell’edificio. E dubito anche che chiunque con l’intenzione di spiegare cosa sia una “casa” riterrebbe utile o sensato ricorrere alla descrizione minuziosa dell’edificio, per quanto ritenga evidente una relazione stretta tra casa ed edificio. Questi dubbi sono gli stessi che animano la critica al riduzionismo applicato al rapporto mente-corpo: ha senso descrivere il cervello nei suoi minimi particolari se si vuole spiegare cosa sia una mente? Possiamo davvero prescindere dal modo in cui la mente ci si presenta in un qualsiasi tentativo di descrizione? Ridurre l’innegabile complessità di ciò che percepiamo come mente agli eventi neurali non comporterebbe forse una immensa perdita di significato del mondo? Su quest’ultima questione è forse bene soffermarsi un po’ di più. La centralità dell’elemento mentale è innegabile: tutto ciò che noi percepiamo, sia internamente che esternamente, deve necessariamente passare per la nostra mente, altrimenti non avremmo coscienza delle percezioni; tutto ciò che desideriamo, viene visualizzato dalla nostra mente; tutto ciò che pensiamo, dalla cosa più semplice all’elaborazione di un progetto complesso, è frutto della nostra mente; lo stesso impianto teorico che è critico nei confronti della mente è stato necessariamente partorito da essa. Questi aspetti peculiari danno forma e senso (anche nel significato di ordine) al mondo che ci circonda e noi abbiamo accesso al mondo solamente tramite la nostra mente; negare in principio l’esistenza o l’efficacia di questo elemento ridurrebbe drasticamente il senso e il significato che il mondo ha per noi, impoverendo così la nostra vita.

Conclusione

Bisognerebbe riflettere attentamente su quanto sopra esposto, dato che le implicazioni sono molteplici e non esclusivamente relative al problema mente-corpo. In primo luogo bisogna chiedersi se dunque il metodo scientifico sia sbagliato e se di conseguenza le risposte che ci ha fornito nei secoli debbano essere riconsiderate: la mia risposta è negativa, il metodo scientifico è corretto ed è un ottimo metodo per scoprire i processi causali della materia fisica e controllarli. Questo però non vuol dire assolutamente che sia possibile applicarlo ad ogni cosa: il sogno di una scienza universale, capace di spiegare con lo stesso metodo e con la stessa facilità la caduta di un grave e una scelta etica, è irrealizzabile. Per quanto questa affermazione possa sembrare strana, la scienza non ci descrive tutta la realtà in sé e per sé, ma indica i punti di una piccola parte di realtà dove inserirsi per prevedere ciò che avverrà e manipolare alcuni eventi. Il metodo scientifico funziona egregiamente per controllare la materia fisica ma siamo ragionevolmente costretti ad ammettere che potrebbe non essere il metodo migliore per altri fini o per oggetti che non siano fisici. La scienza dunque non può dare una spiegazione esaustiva di ogni cosa ma solo di alcune; la prospettiva riduzionistica, che pretende che solo queste cose su cui il metodo scientifico funziona debbano essere considerate reali e degne di interesse, compie un passo ulteriore davvero ingiustificato. Rigettare la prospettiva riduzionistica e la pretesa di una conoscenza universale tramite la scienza, accettando così la limitatezza di questa disciplina (la quale, ribadisco, è decisamente efficace ed utile nel suo campo di competenza), è il primo necessario passo da compiere. Per proseguire nella conoscenza del mondo non compreso dalla scienza (e quindi del rapporto mente-corpo) si deve fare affidamento su di un metodo diverso e probabilmente si deve abbandonare la finalità del controllo e della manipolazione in favore di quella della comprensione.

Per concludere, il metodo scientifico e le varie prospettive che lo investono devono essere solo una tra le possibili scelte che abbiamo per conoscere il mondo e interagire con esso e non dobbiamo pretendere che si faccia carico di aspettative universalistiche. Vi sono anche altri metodi, che forniscono un fuoco di ingrandimento più ampio, meno specifico e specialistico, e che cercano di soddisfare altre finalità, diverse dal controllo degli eventi. Tra questi spicca, nella storia dell’uomo, ciò da cui la scienza ha avuto la sua origine, ovvero la filosofia occidentale, che si pone come obbiettivo, fin dalla sua etimologia, il sapere disinteressato. Recuperare questa prospettiva ci permetterà di proseguire il nostro cammino in molti e diversi ambiti o almeno di correggere quei percorsi pieni di ostacoli, diretti in luoghi che non possono raggiungere senza distruggerne il senso.

 

 

Note:

[1] I motivi per cui, anche dal punto di vista filosofico (pur con sostanziali differenze dalla concezione scientifica), è preferibile assumere un monismo materialistico piuttosto che idealistico sono ben espresse in A. ZHOK, Libertà e natura, Mimesis edizioni, 2016.

[2] L’analisi critica del metodo scientifico e del riduzionismo è parzialmente ricavata da E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Prima e Seconda parte.

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