Memenologia, o Fenomenologia dei meme. Parte 1

Il fenomeno dei meme[1] su internet è sicuramente uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimissimi anni, stando al numero di adesioni, alla loro diffusione e al loro sempre crescente utilizzo anche per fini diversi da quello semplicemente umoristico. Sempre più aziende utilizzano le proprie pagine social per fare pubblicità ai propri prodotti tramite meme, ottenendo in questo modo un buon apprezzamento anche tra i più giovani. Il potere comunicativo dei meme è infatti indubbio e progressivamente se ne stanno sviluppando forme sempre più complesse per ampliare il loro campo di utilizzo. Ad oggi però non abbiamo ancora né una teoria valida di cosa siano e come funzionino i meme né un abbozzo di questa teoria: non abbiamo la presunzione di risolvere la questione con questo articolo, ma è nostra intenzione gettare alcune fondamenta, si spera solide, per dirigere una riflessione futura.

La prima questione da affrontare è relativa all’origine del nome “meme”: si tratta di una nozione introdotta nel 1976 dal biologo evoluzionista Richard Dawkins in quella che viene considerata la sua opera principale, ovvero Il gene egoista. In essa, oltre a teorizzare una selezione naturale incentrata sui singoli geni piuttosto che sugli individui, Dawkins sostiene che anche le culture umane si evolvano allo stesso modo delle specie naturali tramite analoghi dei geni, ovvero i memi. Secondo il biologo britannico, le culture umane possono evolversi come gli organismi sfruttando dei veri e propri “pacchetti di informazioni” che aumentano o diminuiscono le possibilità di successo dei loro detentori e vengono quindi trasmessi alle generazioni successive. I memi sono quindi delle idee singole o dei pacchetti di idee (che vanno a formare un “progetto”) che possono comprendere di tutto: dalla costruzione e utilizzo di un utensile alle credenze sul mondo naturale fino a particolari disposizioni morali e comportamentali in determinate situazione. Il termine “meme”, per come lo intende Dawkins, è molto generico e può comprendere movimenti culturali e artistici, regole di comportamento o facilitazioni per l’utilizzo di un qualche oggetto, senza implicare necessariamente una finalità pratica evidente di un meme. Questo è un punto fondamentale che lo stesso Dawkins si premura di specificare: un gene ha uno scopo preciso la cui realizzazione facilita la replicazione del gene stesso; un meme invece non ha uno scopo prefissato (non vuol dire però che non miri ad un fine): o viene replicato oppure scompare.

Non intendiamo però trattare questo elemento nel senso generale suggerito da Dawkins bensì vogliamo concentrarci su di una categoria particolare di meme, ovvero quelli che si trasmettono attraverso i social. Un qualunque ragazzo che navighi abitualmente su internet, di età compresa grossomodo tra i 13 e i 30 anni, quando si parla di meme, pensa immediatamente alle immagini che vengono condivise attraverso i social network. In particolare, ci interessa cercare di capire quale sia la struttura generale di un meme, senza la pretesa che la nostra risposta sia esaustiva, data la varietà di categorie di meme.

Funzione e struttura dei meme

Sicuramente i meme hanno una forte capacità espressiva che permette loro di essere degli ottimi strumenti di comunicazione. L’ambito in cui esercitano questa capacità è pero da delimitare intorno alle forme di espressione umoristiche: un meme si pone infatti l’obiettivo di divertire il fruitore in un qualche modo. Essendo uno strumento di umorismo, non è limitato a contenuti particolari ma può veicolare qualsiasi forma di umorismo: da quello politically correct al black humour, da quello infantile a quello più adulto, dall’ironia semplice a casi meta-ironici o addirittura post-ironici. Questa caratteristica mette in risalto un altro degli aspetti fondamentali dei meme, ovvero la loro versatilità nel comunicare. Bisogna tenere presente però che l’efficacia comunicativa di un meme è riscontrabile soltanto a posteriori: come avviene ad esempio anche per le metafore, per sapere se un meme riesce a comunicare efficacemente è necessario mostrarlo a un pubblico. Se si riceve un feedback positivo, allora il meme è efficace, ma non c’è modo di conoscere a priori la quantità di persone a cui esso potrà comunicare il suo significato.

Posti questi primi punti alquanto ovvi, cerchiamo di capire quale sia la struttura attraverso cui un meme comunica: ogni meme è fatto di due elementi, uno fisso (la base) e uno variabile. La base di un meme deve sempre avere una seppur minima valenza espressiva, ovvero deve essere qualcosa in grado di veicolare un contenuto, per quanto minimo. Un viso, una espressione facciale, una reazione emotiva sono tutti esempi minimi di espressione; il linguaggio invece ha una valenza espressiva più forte e complicata che permette di veicolare contenuti più precisi. Il linguaggio quotidiano ha un valore semantico, ovvero possiede un proprio significato preciso, mentre invece una espressione è generica e può veicolari più significati. Proprio per questo motivo l’espressività è il gradino di partenza di ogni forma di comunicazione ed è ciò che contraddistingue la base di un meme. È nostra convinzione infatti che ogni base per meme debba essere almeno espressiva per qualificarsi come tale, altrimenti il meme non sarebbe in grado di comunicare alcunché e soprattutto non sarebbe in grado di reggere l’elemento variabile. L’elemento variabile ha infatti il compito di specificare l’espressione contenuta nella base, arricchendola e dando vita ad un singolo meme. Le basi per meme sono infatti generiche, potenzialmente infinite, e possono essere interpretate in molti modi: più esse sono generiche, più possono adattarsi a situazioni diverse. Specificare la situazione, e dunque dare un significato univoco al meme, è invece compito dell’elemento variabile, che aggiunge un contenuto semantico a quella che prima era una semplice base. Una singola base può essere infatti completata con migliaia di elementi diversi e più è alto il numero di elementi variabili che si possono accostare ad una base, più questa base si dice “versatile”. La maggiore versatilità di una base contribuisce alla sua viralità. È nostra opinione che non vi sia base con una infinita versatilità, ovvero che possa fornire efficacemente supporto a qualsiasi elemento variabile vi si voglia accostare. Questo è dovuto in primo luogo al fatto di avere un minimo grado di espressività, che impedisce alla comunicazione da parte della base di essere interamente neutra, benché priva di un contenuto specifico.

Il formato in cui i meme vengono prodotti è sempre quello dell’immagine, nonostante ne esistano anche in formato video: questa scelta è principalmente pragmatica, dato che i social network o le app di messaggistica permettono una rapida e semplice condivisione appunto delle immagini. Nonostante questa preferenza sul formato, esistono due forme in cui si presenta il meme: la prima è immagini + testo, la seconda è immagini + immagini. La forma più classica è sicuramente la prima, che solitamente conduce ad una interpretazione univoca del messaggio comunicato dal meme, ma esistono molti meme di successo anche con la seconda forma. Ciò che colpisce è allora la necessità da parte di un meme di utilizzare una immagine al suo interno. Bisogna inoltre tenere presente che, nonostante la forma in cui solitamente appaiono i meme sia quella immagine + testo, non vi sono regole che obblighino la base ad essere una immagine e l’elemento variabile ad essere un testo o viceversa. Gli elementi espressivi e semantici, ovvero base e elemento variabile, si distinguono e sono indipendenti dagli elementi della forma del meme, ovvero immagini e testo. A riprova di questo si può segnalare che, utilizzando la stessa base, si possono creare sia meme dalla forma immagine + testo sia meme dalla forma immagine + immagine.

Conclusioni

In questa prima riflessione abbiamo cercato di individuare il fenomeno dei meme e analizzare la sua struttura generale, evitando però di fare riferimento a qualsiasi esempio particolare. Questa scelta è dovuta al fatto che una qualsiasi specificazione avrebbe richiesto un ulteriore approfondimento relativo alle categorie di meme, che invece sarà oggetto della seconda parte, da pubblicarsi a gennaio. In questa seconda parte cercheremo infatti di presentare una tassonomia dei meme e una estetica, confrontando queste immagini da social con le arti comunemente intese. Bisogna inoltre tenere conto che il fenomeno dei meme, recentissimo, non ha al momento alcuna bibliografia scientifica di rilievo dedicata (almeno a nostra conoscenza) e che quindi non è al possibile supportare o confrontare le tesi qui esposte con  quelle di studiosi autorevoli.

Note

[1] Ha luogo su internet una diatriba più o meno seria su quale sia la corretta forma plurale della parola “meme”: la traduzione italiana dell’opera di Dawkins propone “memi” ma viene generalmente ritenuto corretto anche il calco del plurale inglese (“memes”). Un’altra possibile soluzione è quella di ritenere il termine “meme” una parola invariabile. In questo articolo si è scelto di usare il plurale “memi” in riferimento a ciò che intende Dawkins e la forma invariata “meme” per riferirci agli elementi dei social. Analoga alla discussione sulla forma plurale è quella relativa alla pronuncia del termine, ovvero se sia da preferire la pronuncia inglese oppure quella italiana.

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