Il linguaggio pirahã Pt. 2: prime critiche ad Everett e i colori

Nella puntata precedente abbiamo fatto la conoscenza dei pirahã e analizzato una caratteristica particolare della loro lingua: l’assenza di termini che indichino quantità precise, ossia di numeri. Abbiamo visto come secondo Daniel Everett, il linguista che più a lungo ha studiato il linguaggio pirahã, questa caratteristica sarebbe dovuta al fatto che i pirahã si affiderebbero al principio dell’esperienza immediata, secondo il quale tutto ciò che non è immediatamente ed empiricamente esperibile dal soggetto non ha alcun riscontro nel linguaggio di quel soggetto. Contro ogni concezione chomskiana e whorfiana il linguaggio sarebbe dunque vincolato dalla cultura del popolo che la parla e determinato da fattori esterni. Tuttavia, non tutti i linguisti concordano con Everett. Alcuni si sono apertamente schierati in difesa della grammatica universale e di Chomsky. Sono tre in particolare i linguisti (tutti americani) che ancora oggi costituiscono “gli acerrimi nemici” di Everett: Andrew Nevins, David Pesetsky e Cilene Rodrigues.

I tre linguisti nel 2009 pubblicarono un articolo dal titolo “Pirahã Exceptionality: A Reassessment”, nel quale criticarono Everett accusandolo di non aver argomentato adeguatamente le proprie osservazioni e sostenendo che il pirahã non è affatto un linguaggio unico al mondo (o, perlomeno, la sua unicità non è dimostrata da Everett). Una delle critiche più radicali di Nevins, Pesetsky e Rodrigues riguarda proprio l’assenza di numeri nella lingua pirahã. In questo articolo vorrei presentare questa critica ed introdurre una nuova caratteristica della lingua pirahã: l’assenza di termini per indicare i colori.

Nevins, Pesetsky e Rodrigues sostengono che il principio dell’esperienza immediata non è la causa dell’assenza di numeri in pirahã. E questo per un motivo molto semplice: tale principio, per come viene formulato da Everett, non classificherebbe come “non immediata” l’esperienza del numero. La formulazione del principio da parte di Everett è infatti la seguente:

la restrizione della comunicazione all’esperienza immediata degli interlocutori […] un’esperienza in pirahã è immediata se è stata vista o viene raccontata come vista da una persona in vita nel momento in cui viene raccontata.

Una formulazione di questo tipo, a parere di Everett, esclude dall’esperienza immediata tutto ciò che non viene esperito in prima persona. Effettivamente però non chiarisce quali esperienze possano considerarsi come esperibili in prima persona e quali no e, soprattutto, non ne spiega il perché. Ad esempio, una quantità molto piccola potrebbe venire esperita immediatamente, eppure, come abbiamo visto, nel linguaggio pirahã non vi è alcuna indicazione precisa della quantità, ma ci si limita ad indicare se questa è “piccola” (“hói”) o “più grande, ma sempre piuttosto piccola” (“hoí”). Dobbiamo dunque assumere che, in virtù del fatto che non ve ne siano riscontri linguistici, quella del numero non sia per i pirahã un’esperienza immediata? Nevins, Pesetsky e Rodrigues non la pensano così.

La critica dei tre linguisti si configura come una confutazione alla formulazione del principio dell’esperienza immediata fornita da Everett. Consideriamo la situazione seguente: un pirahã vede due banane e, osservandole, giunge alla conclusione che il loro numero è pari a due. Un utilizzo successivo del sintagma “due banane” (che in pirahã potrebbe essere tradotto come “hoí poogaíhiaı”) implicherebbe qualcosa che va oltre l’esperienza immediata?

Secondo Nevins, Pesetsky e Rodrigues non è così. Non c’è nulla che non consenta di classificare l’uso del sintagma “due banane” come un’esperienza immediata. Il pirahã vede immediatamente che le banane sono due, senza compiere calcoli complessi (generalmente in psicologia cognitiva ci si riferisce alla capacità di cogliere immediatamente la quantità precisa di un piccolo insieme di oggetti con il termine “subitizing”). A livello di immediatezza empirica non vi è alcuna differenza, secondo Nevins, Pesetsky e Rodrigues, tra i sintagmi “due banane” e “banane buone” (“ko’ poogaíhiaı”), mentre Everett ascrive il primo ad un dominio esterno a quello dell’esperienza immediata. Di conseguenza, il principio everettiano non solo non costituirebbe il motivo dell’assenza di numeri nel pirahã ma non sembrerebbe neppure valido per stabilire quali espressioni siano consentite all’interno del linguaggio pirahã e quali no. Credo che tuttavia vada rilevato un punto molto importante: Nevins, Pesetsky e Rodrigues non negano l’assenza di termini che indichino quantità precise nel linguaggio pirahã. Negano che la causa di questa mancanza sia il principio formulato da Everett. In assenza di una spiegazione soddisfacente, dunque, i tre linguisti non ritengono opportuno affermare che il pirahã non possiede termini per indicare numeri ma, viceversa, nemmeno che li possiede. Questa caratteristica così insolita e affascinante continua perciò ad essere inspiegata: i pirahã non sembrano avere alcun termine che indichi una quantità precisa. Ma questa non è l’unica caratteristica insolita della loro lingua. Vorrei prendere in esame ora un’altra peculiarità davvero singolare del linguaggio pirahã: i termini per indicare i colori.

A prima vista, questi termini sembrerebbero essere presenti nel linguaggio che stiamo esaminando. In particolare, ne esisterebbero quattro e sono i seguenti:

 

biopaiai                  nero
kobiai bianco
biisai rosso
ahoasaaga verde/blu

Si tratterebbe tuttavia solo di apparenza. Perché questo? Per rispondere dobbiamo considerare la tipologia linguistica del linguaggio pirahã. Il pirahã è una lingua agglutinante. Nelle lingue agglutinanti (come il turco ad esempio) ogni morfema che compone una parola veicola un’informazione e ogni volta che il parlante vuole dare un’informazione deve aggiungere un morfema alla parola. Questo dà origine a parole spesso molto lunghe e, a volte, ad intere frasi che hanno l’aspetto di una sola parola. Il pirahã è un caso di quest’ultimo tipo. Se consideriamo i singoli morfemi che compongono i quattro termini che apparentemente indicano dei colori otterremo il risultato seguente:

          2)                   bii                    opai                           ai

                             sangue         sporco/scuro          essere/fare

                                        “il sangue è scuro/sporco”

         3)                     k                   obi                  ai

                            3a pers          vedere       essere/fare

                                                “lui vede”

         4)                    bii                        -sai

                             sangue       (morfema nominalizzatore)

                                        “come il sangue”

        5)                    ahoas            aa                      ga

                            immaturo       essere     temporaneamente

                              “essere temporaneamente immaturo”

Osserviamo che nessuno dei quattro termini ha come referente un colore ma tre sono intere frasi e uno un aggettivo (“come il sangue”). Il solo termine che potrebbe indicare un colore è proprio quest’ultimo ma, per Everett, il fatto che sia un aggettivo e non una frase non basta. Secondo il linguista infatti un termine che indica un colore come “rosso” non implica alcun confronto con un’altra entità, mentre invece il termine biisai implica sempre il confronto con il sangue, che è un’entità esterna all’esperienza immediata del colore. Secondo Everett, dire che un qualunque oggetto X è uguale al sangue non è equivalente a dire che è rosso. Nonostante quindi i pirahã utilizzino questo termine per indicare oggetti di colore rosso, non sarebbe un termine che indica un colore in senso stretto. Riguardo alle altre tre espressioni, Everett non si pronuncia ma ho una mia personale teoria che spiegherebbe, per ogni termine, il motivo per cui i pirahã utilizzano proprio quel termine per indicare oggetti di colore diverso. Vorrei ora esporla, ma rimane naturalmente inteso che non vi è alcuna certezza che quanto io sostengo sia effettivamente corrispondente al vero.

Il termine biiopaiai significa, come abbiamo visto, “il sangue è scuro”. Credo che i pirahã, essendo un popolo di cacciatori, utilizzino questa espressione quando il sangue fuoriuscito da una ferita diventa più scuro per il decorrere del tempo. Capita spesso, ad esempio, che alcune tracce del sangue degli animali uccisi dai pirahã durante la caccia rimangano sulle punte delle loro frecce. Dopo qualche ora, il sangue raggrinzisce e diventa più scuro, a volte persino nero. Questo termine è poi passato ad indicare, per estensione, qualunque oggetto abbia un colore simile al sangue raggrinzito.

Kobiai (“lui vede”) è un’espressione utilizzata quando il parlante non ha ostacoli che intralcino la sua visuale. In altre parole, quando si ha una visione chiara perché la luce del giorno lo consente. Il colore bianco, essendo il più chiaro in assoluto, ricorda la luce del giorno e può così essere indicato con questa frase.

La parola ahoashaaga (“essere momentaneamente immaturo”) viene usata per in presenza di oggetti di colore verde e, meno speso, blu. Il motivo di questo è, a mio parere, abbastanza semplice: i pirahã, oltre a cacciare, si nutrono di frutta. Quando i frutti sono ancora acerbi (“momentaneamente immaturi”) sono di colore verde e, talvolta, bluastro. Per estensione il termine viene utilizzato ogni volta che il parlante si trova davanti un’occorrenza del colore verde o blu e vuole indicarla.

Nonostante, a parere di Everett, i termini del loro linguaggio non indichino effettivamente un colore ma confrontino un oggetto di un certo colore con un’altra entità di un colore simile, i pirahã manifestano la capacità di distinguere i colori molto meglio di quanto non distinguano i numeri. A questo proposito Everett scrive:

Non ci sono stati esperimenti controllati per dimostrare che i pirahã distinguono i colori come fanno i parlanti di lingue che hanno termini per indicarli. Tuttavia, ho fatto loro delle domande riguardo a colori differenti in molte occasioni e non ho notato alcuna incapacità di offrire nuovi sintagmi distinti per descrivere nuovi colori. Quindi mi aspetto che, contrariamente alla situazione con i numeri, in circostanze controllate i pirahã possederebbero una buona abilità di distinguere i colori.

Purtroppo il linguista non riporta esempi di questi “sintagmi distinti” che i pirahã creerebbero dal nulla per indicare colori nuovi. Sarebbe infatti interessante osservare se ci troveremmo nuovamente in presenza di intere frasi che richiamano una situazione in cui è presente un’entità simile al colore considerato o meno. Nonostante questo, ci sembra di poter concludere che i pirahã fanno riferimento all’esperienza immediata anche nella distinzione tra i colori. Tuttavia, quella del colore sarebbe ai loro occhi un’esperienza empirica più “degna di considerazione” rispetto al numero.

Anche questa tesi everettiana non è però rimasta esente da critiche. Nevins, Pesetsky e Rodrigues hanno formulato critiche e fornito controesempi anche in merito all’assenza di termini per indicare i colori all’interno della lingua pirahã. Nella prossima puntata li osserveremo da vicino.

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